L’inferno della città eterna

Roma mia, ma chi te riconosce più…

Roma non come Gomorra, ma forse anche qualcosa in più: La denuncia di Sollima del declino della città eterna

di Francesco Clemente

“Suburra” è una pellicola del 2015 diretta  dal  regista Stefano Sollima, nonché  tratta  dall’omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo. Il film, scritto da Stefano Rulli e Sandro Petraglia, ha come protagonisti Pierfrancesco Favino, Claudio Amendola, Elio Germano, Alessandro Borghi, Greta Scarano e Giulia Elettra Gorietti. Il romanzo ed il film prendono il titolo dall’omonimo quartiere dell’Antica Roma, la cui parte bassa era particolarmente nota per i misfatti che vi si perpetravano.

 

Vale la pena soffermarsi su questo film italiano che è comparso nelle sale in un momento particolarmente delicato per la storia della terza repubblica. All’epoca, appena due anni e mezzo fa, vennero mediaticamente  a galla  le magagne delle vicende politico-mafiose relative all’inchiesta denominata “Mondo di mezzo”, che attraverso i  noti criminali Buzzi e Carminati, gettava una luce sinistra sulla commistione fra malavita e politica, fra ambienti delinquenziali e cariche istituzionali, nel quadro di un governo locale, quello della città di Roma appunto, che ha mostrato un volto assolutamente desolante e ammutolente. Prima che il film uscisse, l’opinione pubblica si era già divisa sulla gestione amministrativa  dell’allora sindaco Ignazio Marino a Roma,  impegnato per non pochi giorni in un estenuante ping-pong di scambi di pareri piuttosto vivaci con l’allora premier Matteo Renzi e altri intoccabili del Partito democratico. Qualche irriducibile sofista potrebbe farci notare gli esiti con cui l’inchiesta citata si sia conclusa in termini che non sono proprio quelli del pieno riconoscimento di un fenomeno mafioso a Roma. Motivo per cui, non ci sarebbe neanche motivo di porre troppa enfasi su un film come “Suburra”.

In realtà, non le cose non stanno proprio così perché ciò che Stefano Sollima mette in scena è probabilmente quello che da moltissimo tempo non pochi sapevano e che invece anche un certo apparato mediatico ha provveduto opportunamente ad occultare nel corso degli anni. Nel film attraverso il personaggio interpretato da Amendola, vi è un inequivocabile riferimento ai fatti storici relativi alla Banda della Magliana, per cui proprio la figura dell’attempato criminale di nome “Samurai”( Amendola, appunto), spiega simbolicamente ma in maniera assai credibile tutta la matassa più o meno intuibile dei fatti tristissimi e inconfessabili che si sono tradotti in tangenti, omicidi eccellenti (alcuni commissionati dalla stessa politica), traffici d’armi, gestione illecita degli appalti. Sotto questo profilo, si comprende la portata narrativa di un personaggio come Filippo Malgradi, interpretato da Pierfrancesco Favino(sorprendente per essenzialità d’interpretazione) nei panni di parlamentare corrotto invischiato nella criminalità  proprio attraverso “Samurai”, suo vecchio amico e compagno di militanza politica durante gli anni della strategia della tensione. Al centro dei rapporti fra i due protagonisti, infatti, vi è un progetto di legge sulla riqualificazione delle periferie (del quale Malgradi è promotore) fino alla zona di Ostia, in una cornice di malaffare con fiumi di denaro che bocche fameliche attendono di ingoiare.

Fin qui, in breve, il nocciolo fondamentale della vicenda filmica. Sul piano dell’estetica cinematografica  certamente balza subito agli occhi la forte somiglianza con “Romanzo Criminale”, pellicola di qualche anno prima dove è presente sempre Favino nei panni di “Libano”, soprattutto se si tiene conto degli effetti cromatici fortemente chiaroscurali di volti  spigolosi e ambientazioni lugubri, ma anche delle inquadrature e di alcuni piani-sequenza. Scelte, queste, legittimamente discutibili, nonché sottoponibili a critiche, ma che rivelano una cifra stilistica del regista capace di personalizzare la vicenda filmicamente trasposta. Allo stesso modo, si potrebbe tranquillamente pensare ad un confronto con “Gomorra”, film di Garrone tratto dal noto reportage romanzato di Roberto Saviano. Proprio su questo secondo aspetto, è doverosa una serie di riflessioni di carattere sociale e politico.
Mentre “Gomorra” non ha sconvolto per la novità dei fatti narrati, proprio per gli arcinoti problemi napoletani relativi al fenomeno della camorra, quanto per la crudezza di certe modalità criminali non proprio conosciute al grande pubblico, “Suburra” di fatto colpisce, forse anche di più di “Romanzo criminale”, per aver scoperto quel velo pesantissimo di silenzio sul malaffare romano, sulle dinamiche particolari, sulle sue modalità di azione, praticamente sconosciute a buona parte dell’opinione pubblica italiana. In parole povere, del fenomeno camorristico a Napoli era praticamente impossibile dubitarne, ma della particolare connotazione malavitosa del fenomeno delinquenziale a Roma era quasi del tutto impossibile averne u quadro così credibile e realistico.  Non è un caso che la già citata inchiesta romana, nota come “Mondo di mezzo”, sia scoppiata in un periodo in cui a Roma in pubblica piazza si celebrarono (con tanto di elicottero commemorativo e parenti in corteo) i funerali di un pezzo grosso del clan dei  Casamonica, fra lo stupore del mondo intero, mentre la città affogava fra disservizi e sempre più marginalità a livello internazionale. Che dire poi, dei fatti successivi a quelli della gestione di Marino, ovvero dell’inchiesta che coinvolse quel Marra, influente funzionario del comune di Roma,  che tanto aveva fatto parlare di sé e che di fatto ha offuscato l’immagine immacolata del nuovo sindaco di Roma, quella Virginia Raggi, cui i romani si sono affidati nella speranza di cancellare il marchio dell’infamia del malaffare? Senza, ripercorre troppo analiticamente questa vicenda, ci si limita a ricordarne la portata politica e istituzionale, ovvero la prova provata di una situazione incancrenita nei più intimi gangli dell’amministrazione romana, una peste inestirpabile che dimostrato di sopravvivere a tutte le stagioni politiche, facendosi beffa di qualsiasi proposito di cambiamento. Siamo, in ultim’analisi, di fronte all’inveramento del monito di Pasolini, allorquando egli denunciò il processo di speculazione edilizia, che prendeva di mira le periferie romane  e non solo, che già qualche decennio dopo il secondo conflitto mondiale rivelava una certa pericolosa vitalità. Sappiamo poi, quale esito tragico ebbero quelle invettive pasoliniane e in quale silenzio assordante siano andate a finire.
Il film di Sollima, dunque, lo si deve interpretare come un documento, neanche non tanto romanzato, che testimonia il  tunnel di cornico malessere in cui la capitale d’Italia ha dimostrato di entrare, senza peraltro dare dei veri segnali di ripresa. Un’opera che sembra porre un sigillo su una “sindrome romana”, ormai venuta definitivamente a galla e che stride fortemente con l’immagine di città spensierata e ridente dei ruggenti anni ’80, dove al limite la denuncia si limitava al ritratto di una certa macchiettistica “indolenza” che si poteva scorgere in alcuni fugaci sequenze dei film di Carlo Verdone. Proprio questa crudezza di fatti, o meglio di misfatti, dove la politica si  è mischiata al banditismo ibrido massonico-mafioso( come è stata appunto la Banda della Magliana), dove la sovrapposizione di lecito e illecito è stata legittimata dalla “ratio” superiore del compromesso fra le parti coinvolte, ha fatto piombare nello sconforto  non solo la popolazione comune, ma anche i mitici testimonial della Città eterna, ovvero quei romani eccellenti come Gigi Proietti, lo stesso Carlo Verdone, Antonello Venditti che hanno sempre ostentato con orgoglio  la loro appartenenza anagrafica. Insomma, un giorno ci si sveglia e ci accorge che Roma si è imbruttita, fra lo stupore di tutti noi, magari ostinatamente legati ad un’immagine che non c’è più da tempo ma che interpella inesorabilmente tutta la società italiana nelle sue responsabilità soprattutto morali. Fra le tante scene del film di Sollima che si potrebbero scegliere per esprimere questo concetto, forse una su tutte s’impone: quella che ritrae papa Ratzinger nell’atto delle dimissioni. Un’immagine esemplare della resa in termini morali, tanto eclatante quanto sconfortante, il segno di un’eclisse epocale, la dismissione completa di tutto.

 

Le immagini son ricavate dalle fonti seguenti:

https://www.youtube.com/

https://cinema.fanpage.it/

https://www.comingsoon.it/

http://www.lavocedeltrentino.it/

http://www.ilpost.it/

http://realityshow.blogosfere.it/

 

 

 

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