La robustezza mite di una speranza: letteratura e arte secondo Xingjian

Gao Xingjian è un uomo di quasi ottant’anni e si presenta con la sobrietà di quei cinesi che non si scompongono di fronte al vento dispettoso che scompiglia i capelli. Lo sguardo trasmette la calma delle acque dei laghi dell’estremo oriente, contornato di rughe elegantissime, ad abbellire i solchi delle orbite, perfettamente a mandorla. Nel 2000 ha conquistato il premio Nobel per la letteratura, attività nella quale ha espresso perle cartacee come La montagna dell’anima (2002). All’attività di scrittore affianca anche quella di drammaturgo e di pittore, mostrando oltre alla passione anche una capacità espressiva che giunge come un siero incantato nelle menti dei fortunati osservatori delle sue creature.  Con Per un nuovo rinascimento, edito da La Nave di Teseo(2018) questo compassato signore sferra-alla stregua di uno scaltrito maestro di Kung fu- colpi pesantissimi alla mentalità consolidata e ancora dominante della letteratura e dell’arte occidentale, impensabile per molti espertoni (sedicenti o ritenuti tali) contemporanei, spesso molto più preoccupati delle comparsate mediatiche che della profusione di convinzioni realmente personali, autentiche. Nessuno ha la verità in tasca, né tanto meno si può additare con incrollabile certezza chi possa in qualche modo detenerla, motivo per cui quella di Xingjian è una posizione teorica come tante altre e come tale è legittimamente criticabile.  Tuttavia,  questo saggio stringato spicca per il tono amabilmente impertinente che ne innerva le tesi fondamentali. Nelle sue pagine albergano parole semplici, espressioni lineari, sentenze ficcanti per trasmettere concetti densi come ammassi stellari, pressanti come locomotive inarrestabili. Siamo di fronte ad una diagnosi della cultura occidentale, rea allo sguardo di Xijngian di aver “tarpato le ali” alla letteratura e all’ arte in generale con l’imposizione di dosi eccessive di “ideologismo” e di “politicismo”. Proprio alla dittatura del “politicamente corretto” lo scrittore cinese dedica gran parte  del suo libro, denunciandone apertamente le storture provocate ai danni della spontanea creazione artistica. Un inno garbato e non strombazzato all’ autonomia dell’espressione letteraria, alla libertà e alla dignità dell’artista, chiamato solo a liberare se stesso nell’ immensa distesa dischiusa dall’ intuizione individuale. Una proposta di un nuovo Rinascimento appunto, con buona pace di coloro che possono ritenere questo scrittore-pittore cinese un romantico anacronistico, un intellettuale distratto che ignorerebbe ciò che gli “intellettuali di professione” sanno da molto tempo e che continuano astutamente a nascondere, ovvero che già da un pezzo la dimensione espressiva e artistica è sottoposta agli ingranaggi stritolanti delle “macchine di significato”, saldamente nelle mani di gruppi di interesse politico-economico, da sempre  impegnati nel reclutamento di valenti alfieri da inserire nel loro libro paga. Ma, tutto ciò a Xingjian non interessa, piuttosto egli rivela attratto dall’urgenza della bellezza, dell’irripetibilità della manifestazione estetica, dal mistero e dagli interrogativi che sgorgano solo dall’individualità creatrice, convinto   della necessità di restituirgli uno spazio libero da condizionamenti snaturanti. A chi si sentisse tentato di sottovalutare queste riflessioni, forse bisognerebbe ricordare gli innumerevoli casi in cui scrittori e artisti cosiddetti “militanti”, ben inseriti in una cultura ufficiale, si sono trovati ostracizzati dagli stessi “probi viri” della loro area ideologica di appartenenza, dai “sacri custodi” dell’ortodossia, allorquando essi hanno semplicemente dato voce alla loro coscienza, superando inevitabilmente gli steccati proibiti del “politicamente corretto”. Che dire poi, delle riflessioni estetiche di Xingjian sui territori espressivi-a detta sua ancora inesplorati- di una pittura a metà strada fra figurativo e astratto? Un altro spunto notevolissimo, carico di suggestione, un dono intellettuale da parte di chi-da cinese e da buon praticante delle botteghe d’arte- celebra la grande eredità del Rinascimento nella concretezza dell’esempio della sua vita, condotta ogni giorno fra carte e pennelli, lontano dal clamore dei geniali creatori di eventi. Fonti immagini:  https://simonapolvani.wordpress.com; http://www.wuz.it; https://rebstein.wordpress.com; http://www.torbandena.com;

I maestri “senza patente” secondo Filippo La Porta

I maestri “senza patente” secondo Filippo La Porta

Disorganici, maestri involontari del novecento, edizioni di Storia e Letteratura (2018) è un libro sorprendente, perché sotto le sembianze di un innocuo tascabile magari con qualche taciuta velleitaria ricercatezza, di una semplice carrellata erudita di intellettuali europei poco noti al grande pubblico, il critico e consulente letterario Filippo La Porta in realtà scrive un libro dove riesce a far coesistere figure d’eccezione, spesso lontanissime per formazione e trascorsi  esistenziali, tratteggiati con piglio indagatore che non rinuncia alla critica personale, sempre comunque misurata e all’insegna dell’onestà intellettuale. Una sequenza di personaggi davvero variegata, per certi versi spiazzanti, il cui assortimento tuttavia serba una ratio   comune che non sfugge al lettore attento: l’essere stato maestro al di là di qualsiasi volontaria intenzione. Ciò è l’elemento che secondo l’autore affratella Giacomo Noventa a Carlo Rosselli, Aldo Capitini a Nicola Chiaromonte, Ivan Illich a Colin Ward, Isaiah Berlin, Cesare Garboli a Chistopher Lasch. La questione fondamentale cui ruotano queste pagine sapienti forse vale una vita intera, almeno di una di quelle dedicate alla ricerca di un senso: Chi è davvero il maestro? Un azzardo di risposta potrebbe tenere conto della necessità di non confondere il ruolo del maestro (spesso frutto della cooptazione di alcune cerchie di persone “accreditate” che reclutano nelle loro fila politico-istituzionali altri “maestri”) con la sua funzione (che si esplica semplicemente con un operato intellettuale che non necessariamente deve concludersi con il riconoscimento dell’ufficialità e tutta la cerimoniosità, oltre che il potere, e le glorie raccolte in vita). Una dicotomia, questa, che riproduce la distanza ad esempio fra i primi sofisti dell’antica Grecia e il loro fiero avversario Socrate: i primi impegnati sempre a ricordare alla comunità di riferimento di essere “maestri” di una sapienza che in realtà si riduceva ad un’arte oratoria spesso mistificante; il secondo assolutamente indifferente al “titolo”, impegnato a sfidare l’ingiustizia dei tribunali con il solo conforto dei propri strumenti razionali, oltre che a spiazzare i suoi malcapitati intercolutori, sempre usciti malconci dal confronto dialettico. Ma soprattutto una dicotomia nella quale i secondi ( cioè i maestri in termini di funzione) rivelano di essere davvero importante per i posteri per motivo tanto semplice quanto arduo da inverare: la coincidenza fra professione intellettuale e vita reale, la coesistenza di pensiero e azione quotidiana. In una parola: l’esempio. Proprio questa dimensione esistenziale rende le figure esaminate da La Porta espressioni importanti di testimonianze intellettuali appunto “disorganiche”, cioè non assimilate o assimilabili   al discorso omologate delle strutture di pensiero (siano esse politiche o accademiche), cui magari alcune di esse sentivano di appartenere. In questa disorganicità prende forma la qualità di un contributo culturale personale di ognuna di loro, che poi il corso del tempo ha dimostrato di rivalutare agli occhi e alla menti dei posteri. Così, con la discrezione di un gentleman della critica, La Porta fa avvertire la nostalgia per una stagione letteraria italiana e non solo nella quale era ancora possibile far tesoro dell’operato di intellettuali abili nell’essersi saputi smarcare dalle conventicole di partito o di accademia, dediti sempre alla vigile critica del presente, di cui erano sempre pronti a rintracciare i limiti oltre i quali non era conveniente andare, sempre sospinti da una passione destinata a travasarsi sempre negli altri, creandosi così un proprio spazio e un proprio pubblico, svolgendo cioè la funzione del maestro, lontani dal libro-paga di padroni( pubblici o privati) sempre pronti a dettare l’articolo o il libro di turno per il pubblico pagante e penosamente applaudente.

Fonti immagini consultate: https://www.pescarafestival.it https://www.skuola.net

http://www.unavox.it

 

 

La menzogna delle nobili origini della mafia: Enzo Ciconte svela un grande equivoco

La menzogna delle nobili origini della mafia: Enzo Ciconte svela un grande equivoco

 

Da sempre impegnato nella ricostruzione storico-antropologica dei fenomeni malavitosi del mezzogiorno d’Italia e non solo, Enzo Ciconte con La grande mattanza-storia della guerra al brigantaggio, edito da Laterza(2018) intraprende una trattazione storica che, in via definitiva, ha di mira un chiarimento necessario per quanti intendano prendere sul serio la storia risorgimentale e post-risorgimentale. Con penna agile e sempre guidata dalla chiarezza concettuale del comunicatore esperto (Ciconte è ormai da anni docente di Storia della malavita organizzata di Roma tre e di Storia delle mafie italiane a Pavia), l’autore guida il lettore dentro i meandri della tormentata storia dell’unità d’Italia, delle contraddizioni, nonché delle forzature sul piano delle soluzioni a problemi che avrebbero dovuto ricevere una risposta matura e soprattutto civile da parte del Regno d’Italia, nato all’indomani del 1861. Un saggio segnato da grande onestà intellettuale, se si pensa che oltre a denunciare la presa di posizione dei piemontesi in relazione al fenomeno del brigantaggio, ci si scrolla di dosso qualsiasi rischio di agiografia ultrameridionalista. Ciconte, infatti, denuncia la corruzione della rampante borghesia meridionale che approfittando del nuovo ordine politico post-borbonico ha di fatto tradito la causa politico-sociale del mezzogiorno, appiattendosi agli interessi della monarchia savoiarda. Un esempio su tutti è proprio il parlamentare abruzzese Pica, autore della famigerata legge militare che nel 1863 ha costituito l’unica risposta concreta e crudele al fenomeno del brigantaggio post-unitario: un neoparlamentare meridionale che risponde in quel modo ai problemi delle sue stesse zone di provenienza. Ma queste pagine storiche meritano una menzione particolare, soprattutto perché puntano ad un obiettivo fondamentale: chiarire una volta per tutte che i briganti non sono stati i “padri nobili”, gli “antenati illustri” dei mafiosi. Ciò è dimostrato dalla distribuzione geografica dei due fenomeni che, stando alle analisi dello storico calabrese, non conoscono una sovrapposizione per cui lì dove ci sono briganti non ci sono mafiosi e viceversa. D’altronde, come potevano i briganti postunitari essere coinvolti con la mafia, se avevano dichiarato guerra al nuovo regno d’Italia? La mafia, infatti, fu ufficialmente scoperta nel 1875 con l’inchiesta parlamentare di Franchetti e Sonnino, parlamentari che inquadrarono il fenomeno mafioso come qualcosa di molto addentro alle strutture istituzionali, nella pubblica amministrazione: insomma un fenomeno che interpellava già allora i ceti dirigenti. Un’opera snella ma dai toni stringenti quella di Ciconte, che tenta di diradare la coltre di pregiudizi granitici di quanti ancora oggi preferiscono optare per la criminalizzazione del mezzogiorno d’Italia, a prescindere da qualsiasi dinamica storica, sociale ed economica, al di là di qualsiasi rivisitazione   storiografica robustamente dimostrata. Un contributo storiografico che soprattutto smonta la mitologia artificiosa spesso accettata e promossa dai mafiosi stessi di vantare “origini brigantesche”, usata come abluzione laica per legittimarsi agli occhi dell’opinione pubblica, giocando con la suggestione popolare, alla Robin Hood, del “rubare ai ricchi per dare ai poveri”; ma anche tollerata da quanti sbrigativamente hanno sempre voluto fare “di tutta un’erba un fascio”. Se qualcuno, poi, intende sollevare perplessità sull’attendibilità delle fonti utilizzate da Ciconte, è sufficiente ricordare che egli si è avvalso, in aggiunta ad altri riferimenti bibliografici: dell’Archivio centrale dello Stato, dell’Archivio di Stato di Catanzaro, dell’Archivio di Stato di Torino, dell’Archivio del museo del Risorgimento di Torino, dell’Archivio storico della Camera dei deputati, dell’Archivio Ufficio storico Stato maggiore  dell’esercito conservato a Roma, nonché dell’Archivio della Biblioteca di storia moderna e contemporanea di Roma.

Fonti delle immagini: http://www.laltrapagina.it

http://www.ctrlmagazine.it    https://www.thelocal.it

Quel mistero agrodolce sempre in agguato: la nostalgia di Eugenio Borgna

Quel mistero agrodolce sempre in agguato: la nostalgia di Eugenio Borgna

La nostalgia ferita di Eugenio Borgna (2018), edito da Einaudi è un piccolo guanciale dove poggiarci nei momenti di smarrimento interiore, soprattutto quando falliscono tutti i tentativi di dare un nome preciso ai nostri vissuti ma qualcosa non quadra. Duplice è il valore di questo libro: il primo è di natura contenutistica, il secondo di natura stilistica. In relazione al primo aspetto, balza immediatamente all’attenzione l’enfasi che l’autore pone sulla nostalgia e la sua, spesso, non pienamente compresa positività per l’essere umano e il suo vissuto interiore. Da navigatissimo addetto ai lavori, Borgna conosce molto bene la pericolosità delle “spire” della nostalgia, che spesso come il più pericoloso dei pitoni, rischia di immobilizzarci al passato, pietrificando la vitalità del presente, letali, in ultima analisi, per la nostra integrità psichica.

In altre parole, allo psichiatra non sfugge-né potrebbe essere altrimenti- che una nostalgia di questo tipo ci inchioda patologicamente al passato, che poi è la dimensione temporale tipica dello stato d’animo della nostalgia. La nostalgia, infatti è sempre lo sguardo della nostra mente rivolto a ciò che non c’è più.  Tuttavia, è proprio sulla modalità del riemergere del passato che costituisce la base per un’ulteriore ( e più significativa)  riflessione sul fenomeno. Cosa possiede di buono questa inopinabile e momentanea “cattura” dell’anima da parte dei ricordi? Cosa la renderebbe addirittura una linfa per la continuazione della nostra esistenza? La risposta risiede nella distinzione fra “rimpianto” e “nostalgia”(positiva, perché vitale). Mentre il primo traccia un rapporto fra noi e il passato come irrimediabile perdita, un valore non più recuperabile in alcun modo, una sorta di oggetto a noi molto caro che perdiamo per sempre nelle stive delle navi, il secondo, al contrario, anche nel ricordarci qualcosa che non c’è più, continua a farlo vivere dentro di noi, creando una sorta di canale di alimentazione, nel quale l’esperienza passata non è smarrita ma si rinnova di senso nel ricordo. Il rimpianto-afferma Borgna- si ricorda sempre e solo piangendo, consapevoli della nostra colpevolezza, quindi responsabilità diretta, di tale perdita-nella nostalgia(vitale) si ricorda con un sorriso agrodolce, qualcosa che potrebbe ancora avere un senso per lo stesso presente. Letta in questo modo la nostalgia nutre, nel mistero della repentinità del suo manifestarsi, l’interiorità umana, facendo in modo che essa, in qualche maniera, attinga senso, valore, vita dal passato. Una meditazione, questa di Borgna che si riallaccia inevitabilmente a quelle celebri del bergsoniano Proust mentre gusta   anche solo l’odore della medelein, il dolce a cui sono state parole folgoranti ne La ricerca del tempo perduto, il tutto per evidenziare sempre che il passato è sempre dietro l’angolo della nostra anima, che pur essendo scomparso rappresenta sempre l’armadio da cui spunta l’indumento dimenticato.  Per quanto riguarda il valore stilistico del libro, valgono le considerazioni seguenti. Il saggio  si fa gustare per uno stile magnificamente limpido, un autentico distillato di erudizione, di cui solo i grandi scienziati sono capaci, maestri nell’ esercizio sublime della sentenza sferzante cui sarebbe un errore qualcosa in più. Eugenio Borgna, dunque, si sfila il camice ospedaliero e inforca la penna come lo potrebbe fare un Pietro Citati o la coppia Fruttero-Lucentini, onorando davvero l’aderenza al suo indirizzo teorico in ambito psichiatrico, ovvero quello fenomenologico-esistenziale, sciorinando riflessioni non in forma di diagnosi bensì di generose disamine di poesie eterne e di autori della levatura di Leopardi o Hugo di von Hofmannsthal, passando per la prosa avvolgente di Karen Blixen, indimenticata autrice de La mia africa, opera ripresa in un’omonima pellicola cult degli anni ’80 con una magistrale Meryline Streep e un altrettanto encomiabile Robert Redford.  Proprio in relazione alle implicazioni del romanzo di questa autrice danese, vale la pena spendere qualche pensiero, in particolare circa la credibilità dell’esistenza  di quello strano fenomeno chiamato “mal d’Africa”, la nostalgia per l’Africa, i suoi volti e i suoi paesaggi, uno stato d’animo di cui  molte persone( più o meno note) hanno parlato nel corso della loro vita e a cui un vanto del cantautorato italiano, Franco Battiato, ha dedicato una delle sue più enigmatiche( e molto meno note) canzoni, intitolata Mal d’Africa( contenuta nell’album Orizzonti perduti) dove ai leoni e ai tramonti sulla Savana, si sostituiscono i fascinosi odori di brillantina con cui i padri siciliani pettinavano i loro capelli corvini oppure i cullanti “rumori di ringhiera”. Una mirabolante composizione che Battiato nel lontanissimo 1983 dedicò alla nostalgia, con toni certamente più impegnativi e intellettuali rispetto all’analogo tentativo sanremese e canzonettistico del duo Al Bano e Romina intitolato Nostalgia canaglia, un pezzo che pure imperversò nei primi anni ottanta nelle radio nazionali. L’ausilio della parola poetica per parlare di psicologia, in ultima analisi, da parte di Borgna è anche una sorta di omaggio, non tanto implicito, alla letteratura e alla sua capacità di scrutare nel profondo dell’animo umano,cui la stessa scienza ufficiale non può non appellarsi allorquando esaurisce il suo vocabolario e avverte l’urgenza  veicolare con efficacia certi messaggi.  Fonti consultate per le immagini : http://www.repubblica.it http://www.ilfonendoscopio.it, https://www.goodreads.com, https://www.discogs.com

La città all’epoca della tecno-scienza: la finestra sul mondo secondo Antonio Martone

Con sguardo vigile alla contemporaneità e a  ciò che sul piano intellettuale è vocato a interpretarla, Antonio Martone(professore di filosofia politica a Salerno, studioso di Merleau-Ponty e Camus, oltre che accademico con trascorsi di collaborazione con il filosofo Roberto Esposito), uomo fra l’altro animato da una grande passione per le arti figurative, decide di scandagliare le grandi questioni antropologiche emergenti partendo dalla dimensione che sembra più a portata di mano, quella urbana, davvero quotidianamente accessibile a tutti: la città.  La veste elettronica, quindi tecno-scientifica, che questa ha indossato ormai negli ultimi decenni è il punto di partenza dell’analisi di Martone, che traccia un panorama culturale dove si dipanano le dinamiche della nuova economia, con le sue inevitabili conseguenze sull’uomo odierno, costantemente minacciato da ineliminabili meccanismi estranianti.  Un’esplorazione intellettuale che elegge Tocqueville come bussola per attuare un orientamento intellettuale nel ginepraio della metropoli odierna, un atto d’amore verso i grandi classici della filosofia politica che si spiega solo con la loro innegabile credibilità. Raramente, purtroppo, ci si imbatte in saggi di intonazione filosofica con il pregio della chiarezza espositiva e nello stesso tempo della robustezza dimostrativa, nonché della puntialità dei riferimenti teorici presi in considerazione, soddisfacendo così il palato non solo dell’accademico di professione ma anche più semplicemente del lettore impegnato, alla ricerca di un invito alla lettura di strumenti concettuali più raffinati del solito. Il saggio di Martone appare, appunto, possedere questo pregio sostanziale, per cui oltre ad affrontare problematiche relative allo stravolgimento determinato dalle nuove tecnologie interattive, allarga lo sguardo a fenomeni ancora tutti da indagare, quali ad esempio la mancanza di un’organizzazione credibile di un antagonismo politico-sociale alle ideologie dominanti. Un esempio davvero apprezzabile di evitare le tentazioni di puro autocompiacimento intellettuale che ammorba non pochi “prodotti” editoriali di sedicenti filosofi televisivi contemporanei, più votati alla pubblicistica d’intrattenimento culturale che all’impegno saggistico tout court. Così, con linearità e incisività argomentativa, il saggio di Martone parte dall’assunto che senza un’adeguata genealogia della storia non sia possibile una fenomenologia dell’attualità, suggerendo così una chiave ermeneutica strutturata sull’asse Nietzsche-Foucault-Gadamer, dove l’ultimo di questi termini (Gadamer) è da intendersi come appunto sguardo sulla “storia degli effetti”(Wirkungsgeschichte), ovvero consapevolezza non dei semplici eventi bensì delle conseguenze che questi esprimono. Per cui, in una cornice stilistica asciutta e diretta, in meno di duecento pagine di libro, si alternano riflessioni in linea con recenti   e  pungolanti posizioni teoriche, che si aggiungono a intuizioni intellettuali più personali, che probabilmente avrebbero meritato un più ampio respiro trattatistico. Declinando in maniera personale la categoria di “non-luogo” di Marc Augè, Martone rivela di essere in linea con le critiche espresse all’indirizzo della tecno-politica espressa, ad esempio, dall’asiatico Byung-Chul-Han e rileva consonanze non secondarie con il nostrano Raffaele Simone già critico dei poteri “inglobanti” capaci di fagocitare qualsiasi soggetto politico potenzialmente antagonista, nonché sostenitore della “democrazia delle competenze culturali”, quale unico argine alla deriva delle banalizzazioni della partecipazione pubblica, già denunciate da Nietzsche e da Guy Debord. Sul piano delle intuizioni più personali, invece, di questo saggio spicca il capitolo dedicato all’analisi della produttività dei simboli da parte del potere, un tentativo investigativo in direzione di un’interessante prospettiva di una fenomenologia del simbolismo ad esso riferito. Un capitolo dove Martone allude esplicitamente ai pericoli insiti in tutte le formula politiche votate ad esaurire l’immaginario umano in termini di definitività simbolica, con conseguenze nefaste in termini di creatività  culturale, dove l’esaurimento dell’orizzonte del pensiero pensante coincide appunto con questa saturazione del simbolico. In parole povere, sotto la lente d’ingrandimento c’è una delle tendenze più tipiche del simbolico, ovvero la vocazione insopprimibile a sostituirsi integralmente a ciò che intende rappresentare. Le implicazione di una definitiva sostituzione in tale senso, annullerebbe proprio la creatività della dimensione simbolica, che al contrario appare vivere proprio dello “scarto”, mai colmabile del tutto, fra significato e significante, che alimentano il mondo simbolico esclusivamente proprio  nella loro reciproca e continua tensione esistente fra loro. In ultimo, Martone accenna alla questione che potrebbe occupare nel prossimo futuro i filosofi più o meno di professione: l’urgenza per l’uomo di essere davvero all’altezza dell’apparato tecnico che lui stesso ha contribuito a creare per la conservazione della sua stessa libertà. Un tema che l’autore si limita ad accennare e che avrebbe meritato un ulteriore approfondimento o che, forse, si può interpretare come un prossimo impegno intellettuale che l’autore intende onorare nei suoi successivi studi.

Liberarsi del controllo: individui e comunità nell’epoca di Twitter

L’eresia e l’ “idiozia” all’epoca dei big data: La psicopolitica secondo Byung-Chul Han

 

“Psicopolitica” è un saggio del filosofo coreano Byung-Chul Han edito dall’editore Nottetempo di Roma nel 2016. Docente di Filosofia e Studi culturali a Berlino, l’autore   medita sul panorama sociale contemporaneo, cercando di tracciarne il nuovo volto politico. Al centro della sua riflessione c’è l’impatto particolare delle nuove modalità di comunicazione che si sviluppano nella cornice della strategia di monitoraggio continuo a cui siamo sottoposti, attraverso la condivisione continua, alla narrazione di se stessi prodotta dal “post” o dal “twitt” insistente, espedienti efficaci delle nuove finalità di controllo che avviene nella polarità concettuale di “psiche” e “politica”.

 

Con la semplicità comunicativa tipica dei saggi che non amano sdottoreggiare, il coreano   Byung-Chul Han, in meno di centoventi pagine di libro, dimostra di aver “digerito” la grande letteratura filosofica occidentale consacrata alla critica sociale di otto-novecento, primi fra tutti Marx e Foucault. Un omaggio non celebrativo, bensì vivacemente dialettico, all’impostazione investigativa dei “maestri del sospetto”, dove il confronto teorico (in particolare con Foucault) serve all’autore per pungolare tutti noi su un interrogativo ormai ineludibile.  Nell’epoca dell’infinita possibilità di connessione e di informazione è davvero così compatibile con la nostra libertà? La domanda si lega alla trattazione del cambio di paradigma del potere che intende manipolare le masse, perché con le nuove modalità di comunicazione si assiste al definitivo passaggio dall’idea di imporre il silenzio, attraverso la censura di stato, all’invito insistente a narrare di se stessi, di “pubblicizzare” la nostra vita privata. Praticamente, nell’epoca dei social network si realizzerebbe il controllo sociale più raffinato mai conosciuto dalla civiltà occidentale, per il semplice fatto che “il controllato”, “il sorvegliato” (ovvero ogni singola persona) è complice compiaciuto del “sorvegliante” (in altre parole, il sistema). Alla luce di ciò, si comprende la provocazione elegante di questo filosofo coreano impastato di critica sociale: il recupero fondamentale dell’eresia e dell’idiozia, nella loro accezione originaria. L’effetto finale è quello di una denuncia non urlata, ma non per questo non incisiva negli esiti analitici raggiunti dal filosofo coreano, per cui  l’eresia è, infatti, la scelta libera, la rottura del dogma ufficiale, la possibilità della rottura per esercitare lo sviluppo dello spirito e dell’intelligenza; l’ “idiozia” è l’essere ignari in modo autentico, la sprovvedutezza vera di fronte alle situazioni, ovvero il possesso di una purezza interiore che apre le concrete possibilità di parlare una lunga nuova, capace di sovvertire il linguaggio cristallizzato del potere esistente. Insomma, un saggio agile e dalla prosa misurata che invita all’esercizio critico di ciò che tutti i poteri che si sono avvicendati nella storia hanno tentato di gestire in maniera indiscussa: la libertà individuale di ognuno. Una riflessione, tuttavia, che suggerisce tacitamente anche la difficoltà per l’uomo contemporaneo di metter in campo le strategie necessarie per far fronte alla “dolce” sudditanza   cui invitano le nuove tecnologie di comunicazione, per la semplice constatazione che il condizionamento messo in campo dal sistema è davvero debordante e a volte poco contenibile. Un libro che sembra essere la sintesi felice dell’insegnamento di   Baumann e il nostro Luciano Floridi, impreziosito dalla sobrietà stilistica della sapienza orientale.

Quello che non ti aspetti

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Le correnti dell’infosfera

Lo sguardo fiero di “Sophia” verso i vortici dell’infosfera: le trasformazioni della quarta rivoluzione secondo Luciano Floridi

Di Francesco Clemente

“La quarta rivoluzione”, è un saggio edito da Raffaello Cortina nel 2017 del filosofo italiano Luciano Floridi, professore ordinario di Filosofia ed Etica dell’informazione all’Università di Oxford. Con questo libro Floridi ha vinto il Walter J.Ong Award for Career Archievement in Scholarship 2016. Si tratta di uno studio sulle dinamiche particolari innescate da una dimensione che prende il nome di “infosfera”, ovvero la dimensione creata dalle relazioni comunicative, frutto delle nuove tecnologie. Una riflessione, quella di Floridi, davvero ampio respiro, che si concentra sulla ormai sempre più labile distinzione fra “on-line” e “off-line” nelle relazioni fra umani mediate dalla tecnologia e che ha il grande pregio di suscitare interrogativi di un certo spessore non solo scientifico ma anche sociale.

Al termine della lettura di questo saggio  si ha la netta sensazione che la riflessione filosofica possa diventare argomento “pubblico”, di coinvolgimento autentico fra uomini pensanti. Merito dell’autore che oltre ai contenuti estremamente nuovi si è avvalso di una prosa assai calibrata, efficace nel trasmettere pensieri piuttosto densi. Un Luciano Floridi in gran forma da un punto di vista intellettuale, che dimostra di tesaurizzare la lezione del mondo intellettuale anglo-americano nell’utilizzo di semplici analogie per rendere la portata di argomenti vastissimi, un ulteriore elemento distintivo di questo saggio,  che spicca in un panorama intellettuale nostrano ancora segnato da un’ insuperabile polarità davanti a cui si trova l’occasionale lettore di saggistica: o l’ultraspecialismo accademico o la fuorviante banalizzazione.  In questa snella e dinamica cornice stilistica si collocano i contenuto del libro, primo fra tutti la necessità di guardare agli effetti incalzanti delle nuove tecnologie dell’informazione della comunicazione con l’autonomia di pensiero tipico dell’esercizio della domanda filosofica. Floridi, dunque, ammonisce circa la necessità di ripensare l’ “infosfera”, senza farsene travolgere e in questo senso dimostra di far emergere l’anima classica della sua formazione, quella di matrice greca, quella legata a “Sophia”, all’indagine che parte dall’uomo che non si confonde fra le cose, senza sposare le mode momentanee di non pochi pensatori che sposano acriticamente le novità proposte dall’epoca corrente. Siano di fronte, per fortuna, ad un atteggiamento intellettuale in linea con la tradizione filosofica che non subisce i fenomeni della comunicazione, nel senso che ne vuole ricavare una “teoria”, ovvero uno sguardo che sia in grado di staccarsi dalla fiumana degli annunci salvifici anche di tipo intellettuale. Così, con la speditezza espositiva di un treno giapponese,  nella prima parte del libro Floridi snocciola davanti agli occhi del lettore temi come il tempo, lo spazio, l’identità personale, domande eterne della filosofia, ma questa volta letti sotto l’angolazione delle novità antropologiche inaugurate dalla quarta rivoluzione(quella delle nuove tecnologie appunto)rendendo in modo convincente l’enorme “prateria” di problematiche che tale angolazione squarcia per l’uomo del terzo millennio. Quello di Floridi sarà pure un libro divulgativo, come sottolinea lo stesso autore, ma è tuttavia un testo “apripista”, perché gli spunti di riflessione che suggerisce sono davvero numerosi e che emergono con una certa naturalezza nella mente del lettore attento. Così, non stupisce che il saggio faccia richiamare alla mente i nodi concettuali che sono alla base di correnti storiche della filosofia europea come lo storicismo, la fenomenologia husserliana, la filosofia dell’esistenza, il personalismo, non ultima la stessa filosofia politica del novecento, oltre naturalmente all’epistemologia. Il tutto però, non sul piano della citazione storica, ma su quello appunto delle problematiche sollevate dall’ infosfera: si parte dal quotidiano panorama di queste tecnologie, per poi affrontare appunto il cambiamento prodotto sul tempo, sullo spazio, sul rapporto con noi stessi e con il mondo circostante, sulla dimensione comunitaria e le forme di legittimazione pubblica oltre alla fonte stessa del potere sovrano.  A ciò si aggiungono i capitoli, davvero suggestivi, sulla dimensione della privacy e sulla politica, dove i cambiamenti tutti ancora da esplorare e da valutare in un’ottica di ormai definitiva accettazione dell’esaurimento delle forme tradizionali sia di dimensione privata che di quella pubblica. Su quest’ultima, è doveroso soffermarsi su quest’ultimo aspetto, per le modalità con cui è affrontato e per le implicazioni che presenta. Con la felice espressione di “apoptosi politica” Floridi  si riferisce ad  un processo di  processo di autodistruzione programmata in termini cellulari che rende bene ciò che a livello epocale sta vivendo la società contemporanea in termini di forme organizzative tradizionali, quali ad esempio l’entità giuridica comune per eccellenza: lo stato.
  A riguardo, ci sarebbe da mettere in cassaforte queste pagine quando tracciano il declino della funzione di questo “Dio in terra” fatto di leggi e procedure, fino al punto da osservare che l’attuale sistema ha sperimentato con esisti lusinghieri per i mercati,  la sua assenza di fatto, come nel caso del Belgio in Europa qualche anno fa. Per cui, seguendo un’impostazione investigativa definibile come una sorta di ricerca dei trascendentali dell’infosfera, la ricerca dei suoi elementi costitutivi, si sviluppa un discorso che illumina il lettore sui nuovi rapporti di potere, sulla delocalizzazione, sull’idea stessa di democrazia, sui suoi connotati tradizionali, affiancando a pieno titolo, ma con una prospettiva certamente differente, il Michel Onfray attualmente impegnato sul fronte, ormai classico, del tramonto dell’occidente. Filosofi diversi, nazionalità diverse, pensieri diversi, ma, come si sa, l’infosfera accomuna un po’ tutti.

 

Le immagini sono ricavate dai seguenti siti:

http://www.raffaellocortina.it

http://blog.mondodigitale.org

http://www.radio3.rai.it

http://www.dirittodicritica.com

 

Controcultura

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Fuga dai luoghi

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