Seguire l’odore per trovare l’anima: I libri secondo Vincenzo Caccamo

                              “Una città senza libreria è un luogo senza cuore.”

                                                                            (Gabrielle Zevin)

È pacifico che la chiave di accesso ai libri sia la lettura, tuttavia ciò potrebbe non bastare per renderli una parte di noi. Per evocarli in maniera potente, ci viene dunque in soccorso l’olfatto, capace di restituircene la parte più recondita, fosse solo anche per quella sensazione pungente del misto di inchiostro e pasta cartacea di cui quella pagine rilegare sono portatrici alle nostre narici. Insomma, per sostenere l’idea che esiste il rapporto erotico fra noi e i libri, si potrebbe snocciolare la teoria dei feromoni, secondo la quale fra gli animali la scelta del partner avverrebbe attraverso appunto l’odorato, con il risultato finale di rendere più accettabile alla nostra ragione quella che potrebbe sembrare una vezzoso parossismo.

Rimane il fatto che L’odore dei libri edito da Culture in due edizioni (la prima nel 2008, la seconda nel 2011) del librario di Reggio Calabria Vincenzo Caccamo è un cimento letterario che ruota appunto attorno a questo particolare rapporto fra uomo e libro, con implicazioni suggestive che spaziano dalla pura estetica letteraria, fino alla meditazione sull’emancipazione personale, passando per ineludibili percorsi filosofici. Siamo di fronte ad un libro singolare per contenuti, trama, modalità di scrittura, genere letterario di appartenenza, vicissitudini editoriali, queste ultime poi rese note ai lettori grazie alla pubblicazione delle motivazioni della mancata pubblicazione da parte del gruppo RCS e di Einaudi, ragioni di rifiuto che-a giudizio di chi scrive-finiscono per avvalorare il messaggio definitivo della storia narrata da Caccamo.

Nuccio Ordine

Per la serie: se i perché del rifiuto sono stati quelli addotti dalle suddette società editoriali, non li si deve interpretare come note di demerito, al contrario come una sorta di encomi indiretti a quanto coraggiosamente proposto all’ attenzione degli editor. Per ovvie ragioni di salvaguardia della curiosità dei potenziali lettori è opportuno tratteggiare nel modo più cursorio possibile la trama di questa vicenda romanzesca a metà fra la pièce teatrale, la letteratura di formazione e quella surreale con una punta di giallo, per poi dipanarne i risvolti più   esistenziali. La scoperta del libraio Elio (“Sole” nella lingua greca antica), un giorno qualsiasi, attraverso un sogno premonitore con protagonista un folletto, di avere un’anima oltre che un corpo, provoca tutta una serie di eventi che pregiudicano il rapporto con la sua clientela,inducendolo anche a guardare la realtà vuota dei dibattiti autocelebrativi degli “intellettuali”, addirittura spingendolo ad un’ autoimposta scomparsa, per poi ricomparire con uno sguardo totalmente   rinnovato su di sé, sulla vita, sugli altri. Cosa rimane, dunque,giunti all’ ultima pagina di questo raffinato esperimento letterario di Caccamo? In primo luogo, va riconosciuto all’ autore di aver abilmente scansato la tentazione dell’autobiografismo gratuito, orientando la vicenda verso lidi concettuali di respiro universale, non proprio di urgenza contemporanea: i grandi libri come occasione di crescita personale e interiore, di veri e propri percorsi iniziatici, la mercificazione della cultura, che interpella non solo gli editori, ma anche i lettori chiamati a scelte più critiche e impegnative, fino al mestiere del librario, che pone l’ interrogativo se le professioni culturali debbano limitarsi solo all’ effettuazione degli scontrini. Insomma, pur nelle poche pagine che lo compongono, quello di Caccamo è un libro denso, che deborda di spunti, che sfociano in una questione capitale: interrogarsi sulle ragioni vere della letteratura per l’uomo del terzo millennio. Vale la pena ricordare come un saggio di quasi una dozzina d’anni fa, vergato guarda caso da un accademico e intellettuale calabrese che di nome fa Nuccio Ordine, intitolato L’utilità dell’inutile, abbia messo in guarda con tanto di nutrite statistiche lo stato assai preoccupante in cui versa l’editoria di qualità, della fruizione dei grandi classici della cultura greca e latina, dei capisaldi della filosofia occidentale, non solo in Italia ma anche in alcune insospettabili realtà dell’Europa occidentale.

Un’analisi, quella di Ordine, che getta una luce provvidenziale sull’ attacco che l’umanesimo continua inesorabilmente a subire nella società contemporanea in termini di tagli alla cultura, sovvenzionamenti simbolici, scarsa considerazione promozionale dell’utilità appunto di studi umanistici. Da qui, appunto, le ragioni delle finalità del saggio in questione che arditamente ribalta la tendenza attuale, rimarcando al contrario “utilità” di ciò che ormai appare “inutile”. Proprio questo spirito di lotta è raccolto dal L’odore dei libri, dove il librario Elio arriva a litigare con i propri clienti per “convertirli” all’ ascolto della loro voce interiore, sacrificando così l’interesse economico personale, il tutto espresso con un brio di battute e di dialoghi incalzanti, davvero felici nell’ esito narrativo se si pensa anche solo alla difficoltà di affrontare un tema come quello proposto: l’amore sconfinato per i grandi libri e il loro potere salvifico.Uno stile diretto, quello di Caccamo, calibrato e incisivo nella sua stringatezza, con la sardonica trovata di arricchire le pagine stampate con le vignette disegnate dalla figlia Alice (dei quadretti innocenti e impietosi insieme come solo l’innocenza di un bambino è capace di produrre), una scelta che sa di una sorta di simbolico passaggio di testimone fra generazioni, un atto concreto di insegnamento dell’amore per la cultura e per l’umanità. Più di qualche critico ha evidenziato la ripresa personale che   Caccamo compie in questo libro circa di un tòpos classico della letteratura mondiale, ovvero quello della “biblioteca universale”, rinvenibile in Herman Hesse, ma anche nel “divino” Borges. Una giusta considerazione, che deve essere seguita dalla precisazione circa l’uso che se ne fa, poiché l’autore non scade nell’ erudizione fine a se stessa, ma intraprende un sottile gioco meta-letterario( nel libro compare un Riccardo Meis che rievoca il Meis del Pirandello di Uno, nessuno e centomila), con una  reinterpretazione personale del suddetto tòpos, curvandolo verso la ricerca intima  del senso delle cose, del mondo, di noi stessi, attraverso quelle scatole magiche che sono, appunto, i libri.  Nelle battute precedenti di questa recensione si è accennato ai rifiuti di noti gruppi editoriali, contenuti nelle pagine conclusive dell’edizione del libro del 2008, una chicca a nostro avviso, perché solitamente gli autori non amano rendere pubbliche le bocciature subite dalle loro inappuntabili creature. Eppure, vale la pena soffermarsi su questo aspetto, perché ad esempio l’editore Einaudi ha motivato il suo diniego giudicando l’opera di Caccamo più vicina al pezzo teatrale che alla forma-romanzo-racconto lungo, pur riconoscendo il valore dell’idea di rendere protagonisti i libri attraverso i contenuti fondamentali degli stessi, dimostrando così di non aprirsi alla possibilità di sperimentazioni letterarie affascinanti, volte a rinnovare i generi letterari tradizionali. Più significativa appare,poi,la motivazione accampata dal gruppo R.C.S, che esalta le pagine di Caccamo per originalità e robustezza narrativa, rimproverandole però l’eccessivo “gioco intellettuale” che la innerverebbe, una cosa poco consona-secondo il suddetto gruppo editoriale-alle esigenze del pubblico “generalista”. Una presa di posizione sufficiente per dimostrare proprio una delle tesi fondamentali del libro, ovvero che il pubblico non sembra più essere educato a libri di un certo spessore, con una chiara responsabilità proprio degli editori. Un’esplicita confessione di colpa, aggiunge chi scrive queste righe. Ma, al di là di tutte le valutazioni critiche che si possono svolgere nei perimetri della critica, di questo libro ci preme ricordare le “occasioni”, le circostanze verificabili da chiunque, che lo hanno di fatto partorito.  Innanzitutto il suo autore, Vincenzo Caccamo, che nella vita fa realmente il librario a Reggio Calabria, città di confine continentale che si affaccia sul mare dello stretto di Messina e che, come tante, vive un   destino simile a quello delle belle donne sfregiate dallo squarcio di un taglio da arma bianca o da sversamento di acido: una realtà affascinante ma che non riesce ad esprimersi al massimo delle sue possibilità, condannata ancora a fare i conti con problemi inveterati.

In questa città Vincenzo dirige una biblioteca-museo, sita in una via che costeggia il corso principale della città. Proprio chi passeggia da quelle parti può imbattersi stupefatto negli arabeschi di Villa Zerbi, una specie di miracolo architettonico fra tanto cemento anonimo. Di fronte a quell’ oasi fiabesca c’è la sua libreria, in via Zaleuco, un albergo incantato dove statue e sculture provenienti dalle più disparate parti del mondo fanno da enigmatici guardiani agli scaffali dei libri, gemme cartacee all’aria, oro spirituale tirato fuori da scrigni pirateschi. Un luogo tanto sorprendente quanto paradossale, poiché metaforizza il silenzio intorpidito che sembra avvolgere le nostre città, il nostro paese, forse buona parte del mondo, ergendosi come un bastione senza tempo contro il chiasso delle moltitudini, un ennesimo esempio di come a sud spesso la testimonianza esistenziale dei singoli possa riscattare moralmente il destino infame di intere comunità, un implicito omaggio alla speranza che i fiori nascano anche (e soprattutto) nel deserto. Ecco, facendo una passeggiata lì, magari entrando in quel luogo fatato, si potrebbe avvertire non solo l’odore dei libri, ma anche il sussulto della nostra anima.

La libreria Culture a Reggio Calabria
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