L’Italia che sognava il sorpasso: Dino Risi e il boom degli anni ’60

Quell’ inquietudine sottile della vacanza : “Il sorpasso” di Dino Risi

L’Italia del “miracolo economico “ fra voglia di emancipazione e autocompiacimento narcisistico

di Francesco Clemente

 

A mio padre

 

 

“ll sorpasso” è un film del 1962, diretto dal grande Dino Risi. Si tratta di un’opera cinematografica fra le più significative mai girate in Italia, poiché rappresenta uno dei ritratti più verosimili del costume sociale italiano all’epoca del “boom” economico che investì la penisola. Una galleria di personaggi su cui troneggia la strana coppia Gassman-Trintignant, che sciorina recitazione con la disinvoltura di un gelataio  che confeziona gelati al momento. Un film da rivedere e rivedere, dove forse ogni fotogramma dice più di tante parole. Scritte, gridate e anche sussurrate.

Perché questo film

Anche i film, in un modo o nell’altro, ci attendono sulla soglia della porta della nostra maturità, più o meno presunta. Si affacciano nella nostra vita una prima volta e magari neanche ci sfiorano con la loro presenza. E noi a dire e a dirci: sì è un film, ma uno come un altro…due che si incontrano a ferragosto e vanno su e giù per l’Italia centrale…che vuoi che sia. Questo è stato il pensiero che ha accompagnato chi scrive questo articolo, per poi realizzare la portata di questo film, solo qualche anno prima che compisse i quarant’anni. Chi scrive, poi, ricorda come il proprio padre, cultore di cinema con trascorsi da  corsista di operatore cinematografico a Roma proprio negli anni in cui il film fu girato, lo indicasse come una delle pellicole più importanti della storia del cinema italiano. Chiaramente, sosteneva questo fra lo scetticismo del figlio, all’ epoca troppo giovane per capire cosa nascondesse tutta quella normalità che il film narrava con tanta apparente ovvietà.Ognuno, per dirla con Conrad, ha la sua sottile “linea d’ombra”.

La storia

La vicenda è inizialmente ambientata  a Roma, la mattina del Ferragosto 1962,  in un momento in cui la città è quasi del tutto svuotata di persone. Bruno Cortona, interpretato da Vittorio Gassman, è un quarantaduenne aitante ma sfaticato e parolaio, amante della guida sportiva e delle belle donne,  perennemente al volante di una Lancia Aurelia B24 convertibile, impegnato a vagare alla ricerca di un pacchetto di sigarette e di un telefono pubblico. Occasionalmente lo accoglie in casa Roberto Mariani, interpretato da Trintignant, studente di giurisprudenza rimasto in città per preparare gli esami. Dopo aver fatto i suoi comodi, Bruno chiede a Roberto di fargli compagnia: i due, sulla spinta dell’esuberanza e dell’invadenza di Bruno, intraprendono un viaggio in auto lungo la via Aurelia, a velocità sostenuta, che li porterà in direzione della Toscana, a Castiglioncello, raggiungendo mete occasionali sempre più distanti.

Durante il viaggio verso il nord e verso il mare, arriveranno anche a far visita ad alcuni parenti di Roberto, prima, e alla figlia e all’ex-moglie di Bruno, poi. Il giovane Roberto sarà più volte sul punto di abbandonare Bruno, ma sia il caso, sia una certa inconfessabile attrazione, mascherata da una certa arrendevolezza, terrà unita l’assortita coppia di amici occasionali, che significherà per Roberto anche un percorso di iniziazione alla vita. Per lui, infatti, è l’occasione per allontanarsi dai miti e dai condizionamenti adolescenziali e iniziare il ripensamento delle sue relazioni familiari, dell’amore e dei rapporti sociali, sino alla tragica conclusione che si materializza durante l’ennesimo sorpasso avventato da Bruno, da sempre spericolato guidatore dalle velleità sportive: l’auto si scontra con un camion e precipita in un burrone. Bruno si getta fuori dall’auto riuscendo così a salvarsi, mentre Roberto, invece, perde la vita. Quando gli agenti intervengono per l’incidente Bruno confesserà di non conoscere neppure il cognome del suo passeggero.

 

La versione francese, il caso americano, l’iniziale freddezza dell’accoglienza italiana, il definitivo successo

Il sorpasso fu realizzato anche in una versione francese, uscendo proprio in Francia col titolo Le Fanfaron, mentre  negli Stati Uniti con il titolo The Easy Life. In America, poi il film divenne davvero un caso di costume al punto tale che  Dennis Hopper, il regista del cult movie Easy Rider si è ispirato a Il sorpasso per scrivere il suo soggetto cinematografico. In Italia, invece, almeno all’inizio il film non fu accolto con un grande successo di critica. Lo stesso Dino Risi raccontò che alla prima erano presenti solo 50 persone, ma il successo di pubblico arrivò gradatamente grazie al passaparola degli spettatori che avevano assistito alla proiezione. Gli incassi successivi furono eccezionali, il film infatti costò una cifra superiore ai 300 milioni di lire e incassò in 3 anni più di un miliardo di lire. La consacrazione della critica arrivò solo in tempi successivi, dopo la metà degli anni ottanta. Il sorpasso fu un successo non solo italiano ma internazionale, tanto che in Argentina alcuni pensano davvero che la parola “sorpasso” significhi appunto “spaccone”.

Gli effetti del boom economico fra auto, ambizioni sociali, locali notturni, vacanze estive e forme d’intrattenimento

Il film di Dino Risi è l’occasione per avere sotto gli occhi in poche decine di minuti di proiezione uno spaccato fedelissimo non solo dell’Italia dei primi anni ’60, ma anche di ciò che il nostro paese sarebbe diventato sul piano delle criticità sociali e di costume. Insomma, Risi non si limita a descrivere la realtà italiana a lui contemporanea, ma azzarda una proiezione dei suoi sviluppi futuri. Un’opera davvero unica per la tragicità intrinseca che nasconde sotto le mentite spoglie della solita commedia all’ italiana. Uno spaccato della società ormai avviata verso il benessere massificato che si realizza attraverso una cura certosina della descrizione dia alcuni particolari significativi. Primo fra tutti le ambientazioni del divertimento dell’epoca, quelle balere che poi si sarebbero evolute in discoteche e che di fatto erano luoghi dove si esibivano i nuovi italiani medi. Non è un caso che nel film sfilino pezzi musicali notissimi all’epoca, ovvero Quando Quando Quando (Tony Renis / Alberto Testa) di Emilio Pericoli, St. Tropez Twist (Mario Cenci / Giuseppe Faiella) di Peppino Di Capri, Per un attimo (Paolo Lepore e Luigi Naddeo / Gino Mazzocchi) di Peppino Di Capri, Don’t Play That Song (You Lied) (Ahmet Ertegün / Betty Nelson) di Peppino Di Capri, Gianni (Nino P. Tassone / Giuseppe Cassia) di Miranda Martino, Vecchio frak (Domenico Modugno) di Domenico Modugno, Guarda come dondolo (Carlo Rossi / Edoardo Vianello) di Edoardo Vianello, Pinne fucile ed occhiali (Carlo Rossi / Edoardo Vianello) di Edoardo Vianello, brani musicali anche diversissimi fra loro ma di cui alcuni di loro certamente esprimevano il clima vacanziero, la spensieratezza dei momenti liberi, insomma tutto ciò che gli anni del boom economico sembravano promettere a quell’ Italia che ormai si metteva alle spalle le ristrettezza economiche della seconda guerra mondiale. Oltre alla motorizzazione di massa, il boom economico portò anche una diffusione massiccia degli elettrodomestici. Si pensi all’aumento delle vendite dei frigoriferi che passarono dai 500.000 del 1958 agli otre 2 milioni del 1963. Nel film di Risi, Bruno-Gassman prova addirittura ad approfittare di un incidente mortale acquistando frigoriferi  trasportati nel camion coinvolto nel sinistro e afferma di lavorare nel campo dei frigoriferi. Inoltre,anche la villeggiatura, all’inizio degli anni ’60, diventò un fenomeno di massa, grazie alla diffusione proprio delle automobili e alla conquista delle ferie pagate. L’Italia diventa metà di turisti stranieri e nel film questa notazione compare puntualmente.

La metafora del viaggio di evasione: Bruno e Roberto simboli paradossali del passaggio dal vecchio al nuovo

La caratterizzazione dei personaggi di questo film e il modo in cui interagiscono rappresenta qualcosa di paradossale ad un primo sguardo. La logica vorrebbe che lo scapestrato fra i due protagonisti fosse il più giovane, ovvero Roberto-Trintignat, invece è Bruno-Gassman, ovvero il più grande, il quarantenne. Invece, Roberto rappresenta un giovane serioso e poco incline alla spensieratezza, mentre Bruno è l’eterno Peter Pan, sempre pronto a trasgredire. Fra i due, apparentemente lontanissimi per carattere e modi di fare, vi è un’intrigante complicità, filmicamente resa con l’espediente della voce interiore-fuori campo, che è il corrispondente del monologo interiore in ambito letterario. Questa complicità rappresenta l’inspiegabile attrazione che Roberto nutre per Bruno: ne condanna e ne critica gli atteggiamenti, ma ne è intimamente affascinato.  Roberto rappresenta il giovane italiano legato a valori  tradizionali piccolo-borghesi, centrati sul sacrificio che ripaga e la il merito che è sempre riconosciuto, sulle regole che si devono sempre rispettare; Bruno è invece è il prototipo della trasgressione incalzante, della spacconeria che dissacra la tradizione, che mette in soffitta anche la buona educazione per affermare se stesso, per dare sfogo agli istinti. Entrambi, sono, dunque, simboli: Roberto dell’Italia ancora anni ’50, tutta casa, chiesa e sacrificio; Bruno di quella appunto del boom economico, fatta di auto accattivanti da guidare, vacanze da vivere, ristoranti da frequentare, suggestioni erotiche da inseguire. Una certa interpretazione forse fin troppo apocalittica vorrebbe che entrambi rappresentano due identità nazionali, giunte a un punto cruciale della propria storia. La prima, rappresentata da Roberto è  quella legata ai principi, ed è quella che purtroppo sarà sedotta e alla fine morirà; la seconda, rappresentata invece da Bruno è quella furbesca, individualista e amorale. Tutto il film, comunque, è incardinato sul viaggio d’evasione lungo quella via Aurelia che divenne il simbolo della spensieratezza italica nei primi anni ’60. Da quella strada, si deve partire per comprendere l’atmosfera del film.

La via Aurelia

Per avere un’idea chiara di cosa sia stato il film di Risi, si deve partire da una domanda: Che cosa è la via Aurelia? Semplicemente una via di collegamento fra Roma e Ventimiglia, oppure una condizione dell’anima? Si può affermare senza enfasi che la via Aurelia è la strada simbolo delle vacanze. Essa è l’idea stessa dell’evasione, condensa da sola il giorno di Ferragosto, la vacanza per antonomasia, il giorno in cui il mondo si deve fermare per vivere le vacanze. La via Aurelia è la strada che porta via da Roma, si tratta della Strada Statale numero 1, famosa per la sigla SS1. Esce da Roma e si dirige verso Fregene e Santa Marinella e poi si dirige verso nord-ovest in direzione Versilia, per giungere poi in Liguria e poi, infine alle porte della Francia. Per cui, il mondo che i protagonisti incontrano nel loro viaggio è quindi davvero uno spaccato trasversale di quella società romana che collettivamente si metteva in moto ogni domenica per celebrare il rito della festa, tra soste alle stazioni di servizio, lunghe code d’automobili e incidenti frontali. È abbastanza intuitiva la comprensione della scelta di Risi di ambientare il viaggio dei due protagonisti lungo questa fettuccia che porta via dal grigiore sordo di una metropoli svuotata verso le brezza dell’avventura alla portata di tutti.

 

L’Italia attraversata da Bruno e Roberto è sospesa fra passato e futuro, fra città e campagna. Nel film si mette in scena questo rapporto fra “cittadini” e “campagnoli”, ciò avviene precisamente nella scena del passaggio che i due amici concedono ad un anziano contadino che fa l’autostop. Una volta fatto salire, l’anziano è oggetto di derisione da parte di Bruno. Per non parlare, poi della festa a suon di moderno(allora) “twist” che i due incontrano in un’aia, scena che da sola esemplifica come ormai la società dell’intrattenimento abbia raggiunto il mondo rurale, conquistandolo definitivamente. Se, dunque, il ferragosto è inevitabilmente “la vacanza”, lo stare vuoti per forza, senza occupazioni quotidiane incombenti, allora lo spirito di questo giorno è ben sintetizzato dalla battuta di Bruno-Gassman rivolta al giovane Roberto-Trintignat: <<A  Robè, lo sai qual è l’età più bella? È quella che  uno c’ha giorno per giorno. Fino a quando schiatti, si capisce>>. Una filosofia di vita che si potrebbe tranquillamente accostare al Carpe diem oraziano e che  invita tutti, pure i poveracci, a vivere quel giorno in completa libertà. Ma Aurelia è anche il nome del modello di auto che nel film “recita” insieme agli attori.

La Lancia Aurelia

Se il celebre film con Dustin Hoffman  intitolato Il laureato vede come protagonista la mitica Alfa duetto decappottabile, inevitabilmente di colore rosso, Il sorpasso è la pellicola che consacra un’altra auto mitica, sempre italiana e sempre sportiva: la Lancia Aurelia B24. Un’auto che (l’analogia tra il nome della spider e la via consolare non può, anche questa volta, esser casuale) riflette un simbolismo pregnate.  La macchina, infatti, era uscita dalle officine nel 1956 e rappresentava allora il prototipo di un’idea di eleganza e raffinatezza, ma ben presto si trasformò nell’ideale dell’automobile aggressiva, prepotente, truccata nel motore e negli allestimenti, tra cui il famosissimo clacson tritonale che accompagna gran parte delle sequenze filmiche in auto e che da solo rende la spacconeria di Bruno. A ciò si devono aggiungere alcune attenzioni che Risi riserva alla caratterizzazione dell’auto stessa, utilizzata nel film. La fiancata destra mostra ancora le lavorazioni di un’officina di carrozziere, le riparazioni non ancora riverniciate, le cicatrici che dovevano testimoniare le battaglie sostenute dall’auto e dal suo pilota (notare che manca anche uno dei due terminali di scarico della vettura). In definitiva, Dino Risi sceglie non casualmente una Lancia Aurelia, poiché essa rende proprio la corruzione di un’idea, quella fiducia nel miracolo economico che con gli anni andrà a finire in Italia, lasciando il posto a una società nella quale solo i cialtroni opportunisti, come appunto Bruno, e i loro pseudovalori morali diventeranno i soggetti protagonisti di un benessere sociale.

Le immagini  e i contributi bibliografici cartacee  utilizzati sono ricavati dalle fonti seguenti:

https://mr.comingsoon.it/

http://www.ilpiccologeniocreativo.it

http://sensesofcinema.com/

https://invertedcut.wordpress.com/

https://upload.wikimedia.org

http://saffioti.blogspot.it

http://www.lastampa.it

https://upload.wikimedia.org

https://wikipedia.it

 

 

Andrea Giardina, Giovanni Sabbatucci,Vittorio Vidotto, Nuovi profili storici 3, volume 2, editori laterza, 2008, Roma-Bari;“Aurelia, la via simbolo delle vacanze” articolo di Caterina Soffici in “La Stampa”, quotidiano nazionale, numero di martedì 15 agosto 2017;

 

 

 

 

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