La rivoluzione mediatica di un mistero italiano

Effetti e suggestione della spettacolarizzazione della cronaca

Il caso Moro e la madre di tutte le tragedie mediatiche

di Francesco Clemente

“Il caso Moro: cronaca di un evento mediale” è un saggio sulla comunicazione di Ilenia Imperi edito da Franco Angeli nel 2016, riguardante la vicenda di Aldo Moro e del suo sequestro, che terminò tragicamente. Il volume, quindi, tenta di ricostruire la particolare modalità narrativa di questa vicenda che, per la prima volta in Italia, ribaltava completamente la presentazione del fatto-notizia, facendolo diventare molto di più di semplice fatto di cronaca.

A distanza di ben quasi 40 anni  precisi, il 16 marzo 1978, il giornalista Paolo Frajese condusse l’edizione straordinaria del TG 1 della mattina nella quale si annunciava la strage di via Fani, o meglio i fatti relativi all’agguato del sequestro di Aldo Moro ad opera delle brigate rosse. Da quel momento, l’Italia visse 55 giorni di una continua narrazione su questo evento clamoroso, in un continuo flusso di notizie che annullò la distanza fra dimensione privata e dimensione pubblica della e nella vita degli italiani, producendo  uno strano effetto(fino ad allora mai sperimentato dall’opinione pubblica) in virtù del quale, di Moro e della sua tragedia se ne parlava in continuazione, praticamente dappertutto. Bastava salutarsi anche fra semplici conoscenti, per poi snocciolare ipotesi, dispiacere e speranza circa questa vicenda assurda.

Cosa produsse tanta partecipazione, al punto che gli italiani si sentirono così coinvolti nel profondo? Una risposta plausibile la fornisce Ilenia Imperi nel suo libro intitolato Il Caso Moro: cronaca di un evento mediale, dove appunto si prende le mosse dalla constatazione della centralità svolta dai media nello sviluppo della vicenda stessa. Una vera  rivoluzione sul piano della comunicazione dei fatti di cronaca, in un deflagrare di piste narrative, di un rincorrersi di annunci, al ritmo di un lunghissimo film giallo non inventato, ma vissuto ai limiti della presa diretta. Quella storia inaugurò l’uso spettacolarizzante che i gruppi terroristici potevano esercitare, qualora fossero riusciti a tenere sotto scacco il sistema di potere  coinvolto. In questo caso, esemplare fu il botta e risposta fra i comunicati dei brigatisti e quelli dell’allora governo. La prospettiva della Imperi sulle modalità con cui all’epoca dei fatti fu mediaticamente raccontato il caso Moro, un vero e proprio social drama aperto alla continua opinabilità dei pareri, schiude una serie di suggestioni davvero stimolanti, soprattutto se declinate all’interno del  calderone mediatico contemporaneo.

Il saggio, infatti, enfatizzando il ruolo all’ epoca svolto dalla narrazione televisiva  ci interroga su una questione fondamentale: in che termini si può parlare di “diretta” televisiva dei fatti storici? La testimonianza mediatica e televisiva non impone forse un ripensamento dell’oggettività del racconto, proprio alla luce della capacità di intervento manipolatorio creato dal montaggio televisivo e dalle tecniche di ripresa? Che dire, poi della sinergia comunicativa rappresentata all’epoca da televisione e giornali, mentre oggi anche dal web nella costruzione dei fatti all’interno dell’immaginario di ognuno?  Ne viene fuori un contributo intellettuale dove il caso Moro si presenta come archetipo dei racconti mediatici delle tragedie politiche e sociali successive a1978 che avrebbero calamitato l’attenzione di milioni di spettatori, più o meno consapevolmente intenzionati ad informarsi. Sotto questa lente d’ingrandimento la vicenda di Aldo Moro dimostra di essere un unicum: il modello della contemporanea tragedia raccontata dai media.

Perciò, non sembra peregrino sostenere che le tragedie mediatiche contemporanee come quelle che vedono da qualche anno come protagonista l’estremismo islamico di marca Isis, si pensi alla strage della redazione di Charlie Hebdo a Parigi, fino allo stesso crollo delle Twin Towers nel 2001 per non parlare della telenovela dell’inseguimento di Osama Bin Laden, all’indomani di quella tragedia newyorkese che aveva tutto il sapore dell’attacco dei marziani alla terra, siano “prodotti” di una concezione della comunicazione pubblica di fatti eclatanti perfettamente nel solco di quella vicenda italiana di 40 anni fa. Il martirio di Moro, dunque, come sacrificio dalle ancora inesplorate conseguenze, non solo strettamente politiche e sociali, ma anche di tipo comunicativo di fatti di cronaca nerissima, dove lo spettatore è quasi sottratto dal suo ruolo di spettatore e pare in balia di strattonate da parte di opinionisti che ne tentano una definitiva conversione alla loro parziale versione dei fatti.

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