Un uomo che giocava col tempo: Pino Daniele secondo Giorgio Verdelli

L’anima blues di una chitarra napoletana

di Francesco Clemente

Il tempo resterà” è un film documentario girato da Giorgio Verdelli nel  marzo 2017 distribuito da Nexo Digital  sulla vita artistica e privata di Pino Daniele ritratto di uno degli artisti più amati del nostro paese. Dopo due anni dalla sua tragica scomparsa, questo film intende regalare la grande figura di Daniele al grande pubblico, dalla musica, ai concerti, fino a restituire  alcune immagini  dello spaccato della sua  vita quotidiana.

Forse non è azzardato pensare che proprio una delle scene iniziali del film documentario girato da Giorgio Verdelli e dedicato a Pino Daniele possa da sola sintetizzarlo tutto. Si tratta della scena in cui il cantautore si trova dentro un laboratorio di liuteria, con pareti piene di chitarre e relativi astucci, mentre si intrattiene a dialogare con alcuni occasionali interlocutori, probabilmente i liutai proprietari di quel locale. Al centro dello stanza, Pino asserisce con tranquillità: << Noi musicisti pensiamo di “portare il tempo”. In realtà non è così, perché noi musicisti “non portiamo il tempo” al limite ci entriamo. Siamo noi che entriamo in lui…e quindi noi andremo via e il tempo resterà>>. Il film potrebbe terminare qui. C’è tutto: l’atteggiamento scanzonato ma non superficiale nei confronti della vita, l’umiltà professionale, il senso di devozione nei confronti della propria arte. Questo è stato Pino Daniele. Il ragazzo nato in uno dei quartieri più popolari di Napoli il 19 marzo del 1955 con questa personale affermazione sul tempo dimostra di rivaleggiare con Proust, Bergson, Agostino, in definitiva con tutti quei giganti della cultura ufficiale che si sono cimentati nell’analisi di uno dei più densi temi dell’uomo: il tempo appunto. La differenza è che  Pino Daniele è portatore di una saggezza vissuta, reale,  non erudita, che è invece  frutto della vita stessa, quindi genuina, schietta, quella tipica di un “artigiano delle note”, che sa di cosa parla, perché molto semplicemente lo vive. Sotto questo profilo il film di Verdelli è certamente riuscito, così come è riuscita l’operazione narrativa di ricostruire “Pinotto” attraverso la testimonianza sia dei suoi collaboratori più intimi, quelli storici, del gruppo di Napoli centrale per intenderci, fino a quelli meno conosciuti, qualcuno insospettabile, come il pianista Ezio Bosso, che compare in alcune scene e si intrattiene a parlare addirittura della sperimentazione che Daniele stava facendo negli ultimi della sua vita sulla musica di Gesualdo da Venosa. La testimonianza di Enzo Gragnaniello è una di quelle che non si dimenticano e che emozionano anche fino alle lacrime, perché nelle parole dell’amico rivive la bontà di Pino Daniele, il suo senso di sacralità dell’amicizia, il suo infinito rispetto per questo tipo di legame. La parte del leone, però è quella svolta da James Senese, Tony Esposito, Joe Amoruso, Rino Zurzolo, che compaiono per buona parte del documentario nelle vesti di testimoni fantastici di una stagione musicale forse irripetibile, almeno a breve termine, quella della seconda metà degli anni settanta a Napoli, dove nacque una musica stratosferica, nelle quale la tradizione della melodia si fondeva con la black music. Ripresi all’interno di uno dei mitici pullman cittadini che attraversano Napoli ogni giorno, questi irriducibili guerrieri delle note sono un fiume in piena nel ricordare quel periodo e naturalmente l’esperienza artistica con Pino Daniele, e proprio de Piscopo afferma che la cosa che rendeva unico quel gruppo di fuoriclasse era un piccolo articolare: suonavano con gli occhi della tigre. C’è da credergli, perché era davvero così. Napoli all’epoca tentava di stare al passo con le grandi realtà metropolitane italiane ed europee, ma era di fatto frenata da problemi ormai arcinoti, nel contesto di un tentativo strenuo di riconversione economica, piani industriali promessi dalla politica, di malavita strisciante che proprio in quegli anni consolidava il suo legame con la politica. Nonostante ciò, la città esprimeva un fermento, una voglia di riscatto, che nella musica trovava un’espressione potente, che nasceva nei sottoscala di zone come Santa Teresa degli scalzi, con strumenti spesso presi in fitto. In questa raffigurazione della veracità della poetica del giovane Daniele, il film è davvero prezioso per le nuove generazioni che intendano capire meglio quel periodo. La resa complessiva, tuttavia, cala quando entrano in scena personaggi estranei a quell’ambiente. Forse, come spesso capita a chi confeziona film, per ragioni di pubblico e per evitare troppa napoletaneità, che avrebbe inevitabilmente reso il film più elitario, Verdelli ha voluto attualizzare maggiormente la figura di Pino Daniele. Si tratta di un’operazione con un intento giusto e comprensibile, ma con esiti un po’ discutibili. La presenza di Claudio Amendola appare superflua, come anche la presenza di Jovanotti per non parlare di Vasco Rossi, appaiono assolutamente poco incisive nel tracciare la figura di Daniele.  La presenza peggiore, assolutamente inopportuna, è quella di Giuliano Sangiorgi dei Negroamaro, praticamente estraneo alla sensibilità dell’artista napoletano e neanche troppo credibile come suo estimatore. Un caso a parte è invece la testimonianza di Stefano Bollani, che addentrandosi in questioni  tecnicamente musicali, ne esalta le grandi capacità compositive, le doti di arrangiatore, le doti chitarristiche. Giustissimo. Perché, se non è ancora chiaro, Pino Daniele è stato anche un grandissimo chitarrista con un tocco inconfondibile e una tecnica di accompagnamento che  nel tempo divenne il suo marchio di fabbrica, capace di duettare con Al di Meola, Cheek Corea,  Eric Clapton, fino a Pat Metheneey, ovvero l’equivalente di Pelè, Maradona, Cruijff, Platini nel calcio di tutti i tempi. Ma probabilmente la cosa più importante è che il film di Verdelli è abile nel restituire la figura di Pino Daniele nella sua semplicità, nel suo antidivismo, ovvero quella napoletanità atipica che lo accomunava al suo gemello cinematografico di nome Massimo Troisi, nella sua spontaneità artistica, così lontana anni luce dalla pretenziosità dei talent shows, che intendono sfornare fenomeni musicali dal valore artistico effimero, dalla durata artistica di gran lunga inferiore a quella che potrebbe avere  un’auto usata. Pino Daniele voleva solo suonare ed esprimersi. Nulla di più. Motivo per cui, dal successo egli intese sempre fisicamente proteggersi, fino a prendere la decisione di lasciare Napoli per andare a vivere a Formia e poi, negli ultimi anni, in Toscana, regione che lo ha reclamato come “cittadino adottivo” al momento della morte, suscitando la gelosia della sua città d’origine, quella Napoli che lo ha voluto in tutti i modi per tributargli l’ultimo saluto, in un funerale bis che è stato un evento unico almeno in Italia per un artista votato alla musica. Lui, il bluesman che da giovane non aveva neanche i soldi per comprarsi la chitarra, è rimasto sempre legato alle sue stanze intime, dove prendevano forma quegli album sfolgoranti che abbiamo conosciuto. Quelle stanze, dove Pinotto giocava ad entrare  ad uscire dal tempo senza pretendere di dominarlo e gestirlo, consapevole che tutti andremo via e  che solo il tempo resterà.

Le fonti fotografiche sono ricavate dai siti seguenti:

https://wikipedia.org – http://brindisireport.it – http://ecodellecitta.it – http://rockol.it identitainsorgenti.com

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