Quella misteriosa premura del duce: Mussolini e il caso giudiziario di Sacco e Vanzetti

Il resoconto  di Cannistraro e Tibaldo su un’intrigante pagina  di storia

Di Francesco Clemente

“Mussolini e il caso Sacco-Vanzetti” edito da Claudiana nel 2017 è un libro che affronta la nota vicenda giudiziaria dei due anarchici italiani in relazione all’interessamento che Benito Mussolini, capo del fascismo e ed socialista, ebbe all’epoca dei fatti. Si tratta di un lavoro di ricostruzione storiografica minuzioso, corredato di riproduzioni fotografiche originali di documenti diplomatici che provano indiscutibilmente l’insistenza dell’intervento di Mussolini a sostegno della causa dei due sfortunati protagonisti di una delle pagine più controverse della storia americana. Un libro che, tuttavia, si inoltra anche nella spinosa questione, ancora non definitivamente chiarita, dei reali motivi che spinsero Mussolini a quello che a prima vista può sembrare un atto inspiegabile dal punto di vista ideologico, vista la totale inconciliabilità del fascismo con l’anarchia.

Per capire le ragioni che inducono a custodire questo libro con la gelosia degna di Otello, basterebbe limitarsi a sfogliarne qualche pagina e lasciare che gli occhi si poggino sui telegrammi che il duce inviava all’ambasciata italiana negli Stati Uniti per tentare di salvare la vita di Sacco e di Vanzetti, oppure lasciare che la commozione ci avvolga mentre si legge la lettera che Luisa Vanzetti inviò a Mussolini il 4 dicembre del 1922, nella quale s’implorava l’intervento del capo del fascismo a sostegno dei due italiani. Sarebbe sufficiente solo questa rarità di documenti per comprendere che chi possiede questo libro non peccherebbe di esagerazione, se lo riponesse in un’ipotetica “cassaforte dei libri”. Invece, di motivi per essere così protettivi ce ne sono altri. Il professor  Phil Cannistraro, docente italo americano di Storia al Queens College e alla City University di New York e il professor Lorenzo Tibaldo, appassionato studioso del novecento, hanno cercato il più possibile, con tanto di storiografia militante e non, di rispondere ad un enigma, evidentemente troppo facile da risolvere con l’appello alla ragion di stato o alla logica della propaganda di regime. Perché il più acerrimo avversario delle sinistre avrebbe dovuto aiutare due simboli immortali dell’anarchia? Il calcolo politico indurrebbe, infatti, a pensare che un gesto così eclatante sarebbe stato per il fascismo italiano un’ulteriore prova di accreditamento presso le grandi democrazie mondiali impegnate contro il bolscevismo, un modo per dimostrare la magnanimità del regime fascista che perdona tutto(anche l’estremismo anarchico) difronte all’italianità da salvare. In poche parole, Mussolini avrebbe soccorso due italiani e non due anarchici. Ma, le cose, grazie anche a questo libro, non starebbero proprio così, o almeno non sembrano così facili come una prima lettura indurrebbe  a credere. Proprio per questo motivo, questo libro serba in sé un fondo di mistero tutto terreno che ci interpella su un piano nel quale si fondono vicende politiche e percorsi esistenziali. Come fanno notare Cannistraro e Tibaldo, mentre fra il 1919 e il 1922, le camicie nere fasciste picchiavano i socialisti per le strade, Mussolini sostenne pubblicamente la causa di Sacco e Vanzetti. Forse perché dell’anarchismo mussoliniano ne parlò già un suo fiero nemico, ovvero il meridionalista Gaetano Salvemini? Forse perché nel duce scorreva ancora un po’ di sangue antiamericano, retaggio dei suoi trascorsi di radicale votato alle teorie di Sorel, al punto tale che lo stesso Mussolini difese, al contrario di Turati, quel Gaetano Bresci che assassinò re Umberto I? Fatto sta che, dati storiografici alla mano, il duce fece molto di più dei suoi predecessori liberali per salvare i due anarchici italiani. Per non parlare, poi, dell’ammirazione che Mussolini nutrì per il vessillo dell’anarchia italiana, ovvero Malatesta. Insomma, è esistita una premura misteriosa quella del duce verso le due icone del sacrificio alla causa proletaria, che di fatto merita di essere approfondita, pur senza il conforto di una parola definitiva. Approfondire questa pista davvero suggestiva, comunque, almeno secondo il parere di chi firma questo articolo, non significa rivalutare la figura del duce, ne tantomeno ridimensionarne le responsabilità storiche, magari riconoscendo nell’interessamento al caso di Sacco e Vanzetti un parziale risarcimento delle sciagure  belliche e non, procurate all’Italia durante il suo mandato di governo. Piuttosto, l’ipotesi di un “Mussolini bordeline”, ovvero di un capo fascista con inconfessabili ardori anarchici non del tutto placati ma inevitabilmente taciuti dalla vocazione dittatoriale, ci appare come un terreno non banale di discussione circa i rapporti fra il fascismo e le frange rivoluzionarie o estreme della società italiana all’indomani del biennio rosso, in un periodo in cui le sinistre istituzionali non seppero convogliare efficacemente le spinte di cambiamento provenienti dalle diverse classi sociali italiane, non ultime quelle del mondo del lavoro e del proletariato.

Le immagini sono state ricavate dalle seguenti fonti:

https://www.ultimavoce.it/mussolini-caso-sacco-vanzetti/

http://pocobello.blogspot.it/2016/08/sacco-e-vanzetti-e-il-bieco-feroce.html

http://www.lagazzettadilucca.it/piana/2017/03/mussolini-e-il-caso-sacco-e-vanzetti/

http://velvetnews.it/2016/08/23/sacco-e-vanzetti-italiani-giustiziati-ingiustamente-in-america/

http://venividivici.us/it/i-vostri-articoli/la-condanna-morte-di-due-anarchici-innocenti

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