LA GRANDE BELLEZZA

Il volto decadente della città eterna

Le verità fumose de La grande bellezza

di Francesco Clemente

Uscito nel 2013, La grande bellezza è un film di genere drammatico del 2013, diretto da Paolo Sorrentino, con Toni Servillo e Carlo Verdone. La durata è di 142 minuti mentre la distribuzione è curata da Medusa Film, la produzione è italo-francese. Trattasi delle gesta mondane del napoletano Gep Gambardella, ormai da anni a Roma e sprofondato in una pigrizia inguaribile verso tutto e tutti.

Le grandi opere cinematografiche hanno sempre qualcosa da dirci, motivo per il quale gli spunti  di riflessione suggeriti sono sempre nuovi e a volte sorprendenti. Dopo la loro proiezione, alla mente arguta non sfugge il “non ancora meditato” della pellicola visionata, ed è in quel momento che si realizza che l’anno di produzione della pellicola è davvero qualcosa di secondario difronte alla preziosità dei contenuti.  Su questo film di Paolo Sorrentino molto si è detto e molto si è scritto, perché è un’opera che ha diviso pubblico e critica. Per tanto, ci si limita ad alcune personali riflessioni, che si spera possano allargare il ventaglio delle interpretazioni, azzardando una lettura religiosa, aperta alla tematica del sacro. Si tenta un’operazione del genere, non tanto per una lettura forzata e viziata da confessionalismo, quanto per  rendere giustizia ad una specie di “tormento” interiore che sembra attraversare il film e che dimostra di  impreziosirlo di una certa suggestione. Nel panorama di desolazione umana che il film traccia in maniera impietosa, con tutta una galleria di personaggi interiormente diroccati, di situazioni sempre al limite della dignità umana, si rintraccia tuttavia una tacita istanza di riscatto. La si scorge nel rimpianto struggente che il protagonista, il mitico Jep Gambardella interpretato da Tony Servillo, vive quando ricorda forse l’unica cosa autentica che ha vissuto nel corso della sua vita di eterno protagonista assoluto della mondanità romana: un giovanile amore napoletano, che lo avrebbe di fatto appagato, qualora lo avesse accettato e non evitato. In ciò, non si esclude un certo autobiografismo di Sorrentino, che in un’intervista rilasciata a Gianni Minoli, quasi un anno fa, ricordava l’incontro che ebbe con quella che sarebbe stata la sua futura moglie, una donna provvidenziale nel tirarlo fuori dal baratro di depressione in cui era, a suo dire, sprofondato. Che dire poi dell’incredibile dialogo fra Gambardella e la sedicente scrittrice impegnata nel contesto di un saccente e annoiato salotto radical chic, dove tutta la patina di impegno pseudo-civile è praticamente fatta a pezzi da verità sbattute in faccia ad una platea di ospiti che più che persone vive sembrano mummie imbalsamate di se stesse? Un vero e proprio capolavoro di decostruzione di tutta la fumosità di certi malati di protagonismo intellettuale e di certa letteratura, ancora spudoratamente propinata come “ di impegno”. Ma soprattutto, agli occhi di scrive, due sono i punti chiave che consentono una riflessione sul sacro nel film. Il primo è il dialogo che Gep Gambardella intraprende con il cardinale interpretato da Roberto Erlizka, dove appunto il dandy napoletano tenta di approfittare della presenza del porporato per chiedergli un aiuto spirituale, per poi ricevere invece solo distrazione e noncuranza. Un ritratto impietoso di una chiesa che non è capace di guadagnare consenso sul piano della fede neanche quando ne riceve una richiesta diretta, testimoniando così la deriva in cui essa stessa è caduta, dando ragione alla sentenza nicciana sul definitivo congedo da se stessa e dal suo credo. Il secondo aspetto è rappresentato dalla magnifica scena sul terrazzo dell’abitazione romana dove il personaggio della “Santa” soffia magicamente su dei cigni, facendoli volare, quasi a farli disperdere come polvere al vento. Una scena che sembra una citazione celebre del Qoelet, libro del vecchio testamento, dove appunto si proclama che “vanità delle vanità, tutto è vanità”. Il personaggio della “Santa” nel film, infatti, simboleggia quella coerenza esistenziale e spirituale che ammonisce tutto e tutti sulla futilità delle cose, amando esaltare le “radici”, le uniche cose che davvero contano. Sempre nella già citata intervista a Minoli, proprio Sorrentino, alla domanda se credesse o meno in Dio, ha risposto affermativamente, aggiungendo poi che il suo è un credo del tutto personale. Una dichiarazione esplicita di ammissione circa l’esistenza di un senso definitivo delle cose? Chissà. Rimane il fatto che La  grande bellezza nel sua raffigurazione cruda e raffinata della decadenza di Roma è certamente il quadro desacralizzato di una società intera, ma dove è comunque possibile rintracciare una richiesta autentica di senso, anche laddove questo è espresso da un personaggio che proprio un campione di fede non appare.

Le fonti fotografiche sono ricavate dai siti seguenti:

https://movieplayer.it – https://yitmg.com – https://comingsoon.it – http://lafatadegliiris.wordpress.com

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