L’ insofferenza di rimanere lì da dove si vorrebbe fuggire

Cosa succede quando i luoghi ci stanno stretti

Di Francesco Clemente

“Restare nel posto sbagliato” è un libro di Franco La Cecla, antropologo e urbanista, oltre che esperto viaggiatore, nonché docente di antropologia culturale a Berkeley, Parigi, Milano e Barcellona. Al centro di questo suo nuovo contributo antropologico vi è il momento della vita in cui ci si interroga sull’opportunità di andare via dal luogo nel quale  si vive, presi da un senso di estraneità che diventa insopportabile. Un’analisi che prende forma passando in rassegna luoghi e situazioni diverse di gran parte del pianeta, con la formula narrativa di micro-racconti che si sostituiscono alla trattazione accademica tradizionale.

Arriva un momento in cui quello che sembrava il posto più rassicurante per noi, diventi una specie di gabbia opprimente da cui tentare una fuga. Quella città, quel paese, quella cittadina, quella landa a noi tanto cara smette di sembrare il nostro luogo ideale. Da Hammamet all’Oman, dal Kenia a Roma, l’antropologo Franco la Cecla affronta con la discrezione del narratore “invisibile” un’esperienza abbastanza frequente e forse sempre più diffusa e ricorrente nella vita di ognuno di noi. Con l’espediente narrativo della collezione di micro-racconti da viaggio, l’autore si mimetizza fino quasi a scomparire per far parlare appunto i luoghi stessi, in un discorso antropologico che è indissolubilmente legato al viaggio. In questi racconti, dunque, tengono banco il disagio, la vergogna, l’imbarazzo, la vertigine, l’inadeguatezza che ci assalgono quando fra noi  e il luogo che ci circonda  non c’è più feeling. Fin qui, forse nulla di veramente nuovo sotto la lente d’ingrandimento del lettore particolarmente esigente di risposte esaurienti. Il pezzo forte del libro, però c’è ed è rappresentato dalla categoria di “intempestività” coniata da La Cecla e declinata in termini antropologici. Di cosa si tratta? Essere intempestivi significa capire troppo tardi una situazione, incapace di decifrare i segnali che ha ricevuto dalla quotidianità. Per avere un’idea chiara di questa condizione è quando ci si accorge che adolescenze e giovinezza si sono chiuse e che si è superata la conradiana linea d’ombra. L’intempestività è una sorta di sorda ostinazione  a rendere presente il passato che non è più. Nell’avanzamento di questa chiave interpretativa consiste probabilmente la carica suggestiva maggiore di questo libro in direzione di un contributo chiarificatore al fenomeno dell’estraneità dei luoghi alle nostre singole esistenze. In parole povere, un luogo ci appare ad un certo punto estraneo perché di fatto non siamo con esso sincronizzati. Il tempo, in ultima analisi, è il criterio che spiega l’ormai avvenuta lacerazione far noi e il luogo che ci ospita, perché può capitare di vivere un tempo nostro, personale e interiore che non coincide con le dinamiche sociali del posto in cui siamo collocati. La frattura, in altre parole, consiste nell’ancorare  testardamente ed erroneamente fatti, situazioni e valori riferiti ad un luogo specifico( una città, un paese)  ad un’epoca che non è più e questa consapevolezza di fatto avviene tardivamente, quando ormai il “tempo opportuno” è passato. Con questa enfasi sulla sincronia, La Cecla ci invita a gettare uno sguardo vigile sul fatidico “momento giusto” in cui la nostra vita s’incrocia con quello di un determinato luogo del pianeta.

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