Alla ricerca della classe perduta

La classe smarrita fra la valanga del consumismo e la dimenticanza di sé

L’attualità di un film su un tema che appare inattuale: “La classe operaia va in paradiso” di Elio Petri

Di Francesco Clemente

“La classe operaia va in paradiso” è un film del 1971 diretto da Elio Petri, scritto in collaborazione col l’indimenticato e insuperato Ugo Pirro. Si tratta di una pellicola che, nonostante la freddezza di molta parte della sinistra italiana di quel periodo, inanellò molti premi fra cui il  Grand Prix per il miglior film al Festival di Cannes nel 1972, il David di Donatello sempre nello stesso anno e due premi speciali per il sommo Gian Maria Volontè e la formidabile Mariangela Melato, interpreti di questo film particolare che per la prima volta, con velleità quasi documentaristiche sul piano della stesa ricostruzione degli ambienti,  accende  una luce sul mondo della fabbrica italiana a cavallo fra gli anni ’60 e gli anni ‘70 .

Nella storia del cinema italiano non sempre le polemiche suscitate da un film hanno assunto i connotati del fatto clamoroso. Certo, alla mente vengono immediatamente le denunce subite da Pasolini, solitamente con capi di imputazione riferiti al vilipendio alla religione. Gli esempi, poi, potrebbero essere altri e annoverarli non sarebbe difficile. Nel caso de La classe operaia va in paradiso siamo di fronte ad un caso diverso, per certi aspetti più stimolante rispetto alla chiassosità dei “casi” giudiziari pasoliniani. Il motivo è presto detto e probabilmente trova la sua spiegazione nella levatura  intellettuale della stessa sceneggiatura. Alla sua uscita, presente in sala, il regista Jean-Marie Straub prese il microfono in pubblico e dichiarò che tutte le copie dell’opera di Petri dovevano essere bruciate seduta stante. Il film raccolse in definitiva un’accoglienza piuttosto algida da parte della sinistra italiana, sia nelle vesti di classe dirigente che di  quella militante nel campo della  critica cinematografica. A suscitare malcontento fu la descrizione dei sindacalisti come sostanzialmente doppiogiochisti, mentre gli studenti di sinistra rappresentati come degli imbonitori ideologizzati. Insomma, la sinistra istituzionale ne uscirebbe praticamente a pezzi.

Per  chi non avesse visto il film è giusto che si accenni  brevemente alla vicenda narrata. Ludovico Massa, detto Lulù, è un operaio trentenne con due famiglie da mantenere, e con già 15 anni di lavoro presso una fabbrica, due intossicazioni da vernice e un’ulcera.  Tifoso del Milan, irriducibile stakanovista, quindi  convinto sostenitore del lavoro a cottimo, grazie al quale riesce a garantirsi un tenore di vita piccolo-borghese, Lulù è coccolato dai padroni, che lo indicano come modello per stabilire i ritmi ottimali di produzione, suscitando così  l’odio dei  colleghi operai per il suo spudorato servilismo. La sua vita continua in questa totale alienazione, che lo porta a ignorare gli slogan di protesta urlati e scritti dagli studenti fuori dai cancelli, finché un giorno ha un incidente sul lavoro e perde un dito. Così, improvvisamente, Lulù si sveglia dal sonno dell’alienazione e prende coscienza dell’incubo della sua misera vita, schierandosi contro il ricatto del lavoro a cottimo, aderendo  alle istanze radicali degli studenti e di alcuni operai della fabbrica, in contrapposizione alle posizioni più concilianti  dei sindacati. Il resto della vicenda vale la pena vederlo, per cui non è conveniente svelarlo.  Con buona pace dei detrattori di questo film, ci si sente in dovere di valorizzarne il rigore della sceneggiatura( basti pensare che è stato girato nella fabbrica Ascensori Falconi di Novara, all’epoca  anche oggetto di una interrogazione parlamentare da parte del comunista Lucio Libertini), l’attualità dei problemi che solleva, nonché la forza della denuncia della deriva dell’antagonismo di classe. Gli esperti di cinema, i critici e gli storici degni di questo appellativo conoscono la caratura intellettuale dello sceneggiatore del film, quel Sergio Piro che collaborò anche a quell’altro capolavoro intitolato Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Per cui è dal suo contributo aureo che si intende partire nell’analisi qui proposta. Basta aprire le pagine di qualsiasi edizione dei Manoscritti economico-filosofici di Karl Marx per accorgersi che in bocca ai protagonisti di questo film, dallo stesso Volontè, fino al mitico “Militina”, interpretato dall’immenso Salvo Randone, si sono proprio le forme di alienazione subite dall’operario nel processo di produzione capitalistica. Nel dialogo fra Lulù(Volontè) e il Militina( Randone) che si tiene al manicomio si affrontano le prime tre forme di questo processo alienante. In quelle battute fulminee, saggio eccezionale di cosa significhi recitare sul serio, oltre che scrivere con credibilità per la fiction, si passano in rassegna appunto l’ alienazione come sottrazione del prodotto ai produttori, l’alienazione come dall’attività lavorativa stessa,  l’alienazione come impoverimento della personalità individuale. La prima delle tre si spiega con la produzione di un oggetto( il capitale, appunto) che in realtà non gli appartiene perché, molto semplicemente non riesce a goderne, per cui tale oggetto finisce per costituirsi come potenza dominatrice nei suoi confronti. La seconda, invece, riguarda il lavoro costrittivo, il lavoro forzato, che comporta il suo progressivo deterioramento professionale.  La terza, dunque, è una diretta conseguenza della seconda, poiché si aliena dalla sua stessa essenza umana, in quanto il lavoro ripetitivo e meccanico non gli appartiene.

Ma il film, almeno secondo il parere di chi scrive, pone delle questioni molto serie circa la quarta forma di alienazione concepita da Marx, quella riferita ai rapporti sociali, sulla quale vale la pena soffermarsi. Questa quarta forma di alienazione riguarda i rapporti fra classe capitalista e classe operaia, facendo emergere l’inevitabile allontanamento reciproco fra queste due classi, dovuto appunto ai  differenti rapporti di produzione. In questo caso, l’alienazione riguarda anche gli stessi operai, divisi fra quelli appunto “cottimisti” e quelli non “cottimisti”, e poi fra quelli “occupati” e quelli “disoccupati”, una condizione che nel film di Petri è ben descritta proprio quando il protagonista Lulù Massa è licenziato dall’azienda per via della sua “conversione” al radicalismo della lotta politica in aperta polemica con i sindacati, all’indomani del suo fatidico incidente che ne cambierà la mentalità. La scarsa solidarietà fra operai, la manovra astuta del sindacato (che sfrutta il licenziamento di Lulù per riaccreditarsi presso quella stessa classe operaria che iniziava a prendere le distanze dalle forme istituzionale di  concertazione in termini contrattuali), sono al centro della pellicola di Petri e non possono che interrogarci sulla possibilità contemporanea di una riorganizzazione delle classi subalterne. Certo, il film presenta alcune forzature, alcune soluzioni a tinte forti, come ad esempio il ricorso all’orwelliana litania che dai megafoni dell’azienda dove si svolgono le vicende per rendere efficacemente la strategia di “indottrinamento” aziendale: « Lavoratori, buongiorno. La direzione aziendale vi augura buon lavoro. Nel vostro interesse, trattate la macchina che vi è stata affidata con amore. Badate alla sua manutenzione. Le misure di sicurezza suggerite dall’azienda garantiscono la vostra incolumità. La vostra salute dipende dal vostro rapporto con la macchina. Rispettate le sue esigenze, e non dimenticate che macchina più attenzione uguale produzione. Buon lavoro. » Ma, al netto della valutazioni critiche, emerge una profezia terribile circa lo sgretolamento di certe comunità di lavoro, che non sono più compatte nella rivendicazione dei loro diritti.                                                                                                                                                 

Tempo fa, una voce non molto ascoltata della sinistra italiana, Mario Tronti, ripropose il tema della “polverizzazione” della classe, ovvero il fenomeno appunto dello smembramento di quel  blocco storico che avrebbe dovuto compattarsi attorno ai suoi bisogni, quindi ai suoi diritti in direzione di una strategia più ampia. Un tema che, di fatto, oggi è di enorme portata, soprattutto se si pensa alla frammentazione che ha subito la classe dei lavoratori nelle aziende( e non), alla precarizzazione diffusa che di fatto ha minato l’ipotesi di una strategia comune di lotta da parte dei lavoratori. Che dire, poi, della denuncia che Petri lancia circa il processo di imborghesimento della classe operaria, sedotta da modelli di vita borghesi, capaci di farle ingoiare le politiche cottimiste e tayloriste pur di soddisfare qualche piccolo sogno proibito? A proposito, ci limitiamo a evidenziare quanto questa premura del regista trovi un riscontro pieno e inequivocabile nell’analisi che Marcuse, decenni fa, aveva compiuto in relazione ai processi di fagocitazione innescati dalla società dei consumi ai danni degli stessi gruppi sociali intenzionati all’antagonismo culturale. Alla luce di ciò, pare davvero profetica l’intuizione di Petri di raffigurare Lulù Massa come anche un accanito tifoso, simbolo di quella che sarebbe stato il proletariato dei giorni nostri, sottopagato e nello stesso tempo inguaribilmente soggiogato dai suoi feticci d’intrattenimento. Che dire, poi, di un’altra faccenda, ovvero del fatto che ancora oggi alcune fabbriche, alcune non proprio piccole, tipo quelle metalmeccaniche e siderurgiche, non appaiono molto distanti da quella descritta nel film, soprattutto in rapporto alle condizioni igienico-sanitarie e della stessa pericolosità delle mansioni da svolgere(Ilva)?  Insomma, in attesa di un nuovo, vero, autentico Karl Marx del terzo millennio , chi si affaccia alla prospettiva della ripresa della lotta al sistema economico si può confortare con le analisi del pur eccellente Luciano Canfora autore de La schiavitù del capitale, saggio nel quale si parte dalla considerazione che  come l’Idra, il mostro mitologico le cui teste, mozzate da Ercole, avevano il potere di rinascere raddoppiandosi, il capitalismo, un tempo solo occidentale oggi planetario, ricompare sulla scena del mondo riproponendo nuove e più sofisticate forme di schiavitù. Una riflessione, quella di Canfora, che si rietine in consonanza con le emergenti esigenze di ripensamento contemporaneo dei rapporti e dei mezzi di produzione e che quindi si può tranquillamente inserire nel solco degli spunti dialettici che il film di Petri anni fa ebbe modo di sollevare. Anzi, proprio confrontandolo con questi nuovi contributi saggistici, si è indotti a rivalutarlo a dispetto della miopia più o meno involontaria che all’epoca della sua uscita subì da parte di non poca intellighenzia militante.

 

 

Le immagini sono ricavate dalle seguenti fonti:

http://ilmiolibro.kataweb.it

http://oubliettemagazine.com

http://giulianocinema.blogspot.it/

http://www.eliopetri.net/

https://www.google.it/

https://www.mulino.it/

https://www.centroriformastato.it

 

 

 

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L’inferno della città eterna

Roma mia, ma chi te riconosce più…

Roma non come Gomorra, ma forse anche qualcosa in più: La denuncia di Sollima del declino della città eterna

di Francesco Clemente

“Suburra” è una pellicola del 2015 diretta  dal  regista Stefano Sollima, nonché  tratta  dall’omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo. Il film, scritto da Stefano Rulli e Sandro Petraglia, ha come protagonisti Pierfrancesco Favino, Claudio Amendola, Elio Germano, Alessandro Borghi, Greta Scarano e Giulia Elettra Gorietti. Il romanzo ed il film prendono il titolo dall’omonimo quartiere dell’Antica Roma, la cui parte bassa era particolarmente nota per i misfatti che vi si perpetravano.

 

Vale la pena soffermarsi su questo film italiano che è comparso nelle sale in un momento particolarmente delicato per la storia della terza repubblica. All’epoca, appena due anni e mezzo fa, vennero mediaticamente  a galla  le magagne delle vicende politico-mafiose relative all’inchiesta denominata “Mondo di mezzo”, che attraverso i  noti criminali Buzzi e Carminati, gettava una luce sinistra sulla commistione fra malavita e politica, fra ambienti delinquenziali e cariche istituzionali, nel quadro di un governo locale, quello della città di Roma appunto, che ha mostrato un volto assolutamente desolante e ammutolente. Prima che il film uscisse, l’opinione pubblica si era già divisa sulla gestione amministrativa  dell’allora sindaco Ignazio Marino a Roma,  impegnato per non pochi giorni in un estenuante ping-pong di scambi di pareri piuttosto vivaci con l’allora premier Matteo Renzi e altri intoccabili del Partito democratico. Qualche irriducibile sofista potrebbe farci notare gli esiti con cui l’inchiesta citata si sia conclusa in termini che non sono proprio quelli del pieno riconoscimento di un fenomeno mafioso a Roma. Motivo per cui, non ci sarebbe neanche motivo di porre troppa enfasi su un film come “Suburra”.

In realtà, non le cose non stanno proprio così perché ciò che Stefano Sollima mette in scena è probabilmente quello che da moltissimo tempo non pochi sapevano e che invece anche un certo apparato mediatico ha provveduto opportunamente ad occultare nel corso degli anni. Nel film attraverso il personaggio interpretato da Amendola, vi è un inequivocabile riferimento ai fatti storici relativi alla Banda della Magliana, per cui proprio la figura dell’attempato criminale di nome “Samurai”( Amendola, appunto), spiega simbolicamente ma in maniera assai credibile tutta la matassa più o meno intuibile dei fatti tristissimi e inconfessabili che si sono tradotti in tangenti, omicidi eccellenti (alcuni commissionati dalla stessa politica), traffici d’armi, gestione illecita degli appalti. Sotto questo profilo, si comprende la portata narrativa di un personaggio come Filippo Malgradi, interpretato da Pierfrancesco Favino(sorprendente per essenzialità d’interpretazione) nei panni di parlamentare corrotto invischiato nella criminalità  proprio attraverso “Samurai”, suo vecchio amico e compagno di militanza politica durante gli anni della strategia della tensione. Al centro dei rapporti fra i due protagonisti, infatti, vi è un progetto di legge sulla riqualificazione delle periferie (del quale Malgradi è promotore) fino alla zona di Ostia, in una cornice di malaffare con fiumi di denaro che bocche fameliche attendono di ingoiare.

Fin qui, in breve, il nocciolo fondamentale della vicenda filmica. Sul piano dell’estetica cinematografica  certamente balza subito agli occhi la forte somiglianza con “Romanzo Criminale”, pellicola di qualche anno prima dove è presente sempre Favino nei panni di “Libano”, soprattutto se si tiene conto degli effetti cromatici fortemente chiaroscurali di volti  spigolosi e ambientazioni lugubri, ma anche delle inquadrature e di alcuni piani-sequenza. Scelte, queste, legittimamente discutibili, nonché sottoponibili a critiche, ma che rivelano una cifra stilistica del regista capace di personalizzare la vicenda filmicamente trasposta. Allo stesso modo, si potrebbe tranquillamente pensare ad un confronto con “Gomorra”, film di Garrone tratto dal noto reportage romanzato di Roberto Saviano. Proprio su questo secondo aspetto, è doverosa una serie di riflessioni di carattere sociale e politico.
Mentre “Gomorra” non ha sconvolto per la novità dei fatti narrati, proprio per gli arcinoti problemi napoletani relativi al fenomeno della camorra, quanto per la crudezza di certe modalità criminali non proprio conosciute al grande pubblico, “Suburra” di fatto colpisce, forse anche di più di “Romanzo criminale”, per aver scoperto quel velo pesantissimo di silenzio sul malaffare romano, sulle dinamiche particolari, sulle sue modalità di azione, praticamente sconosciute a buona parte dell’opinione pubblica italiana. In parole povere, del fenomeno camorristico a Napoli era praticamente impossibile dubitarne, ma della particolare connotazione malavitosa del fenomeno delinquenziale a Roma era quasi del tutto impossibile averne u quadro così credibile e realistico.  Non è un caso che la già citata inchiesta romana, nota come “Mondo di mezzo”, sia scoppiata in un periodo in cui a Roma in pubblica piazza si celebrarono (con tanto di elicottero commemorativo e parenti in corteo) i funerali di un pezzo grosso del clan dei  Casamonica, fra lo stupore del mondo intero, mentre la città affogava fra disservizi e sempre più marginalità a livello internazionale. Che dire poi, dei fatti successivi a quelli della gestione di Marino, ovvero dell’inchiesta che coinvolse quel Marra, influente funzionario del comune di Roma,  che tanto aveva fatto parlare di sé e che di fatto ha offuscato l’immagine immacolata del nuovo sindaco di Roma, quella Virginia Raggi, cui i romani si sono affidati nella speranza di cancellare il marchio dell’infamia del malaffare? Senza, ripercorre troppo analiticamente questa vicenda, ci si limita a ricordarne la portata politica e istituzionale, ovvero la prova provata di una situazione incancrenita nei più intimi gangli dell’amministrazione romana, una peste inestirpabile che dimostrato di sopravvivere a tutte le stagioni politiche, facendosi beffa di qualsiasi proposito di cambiamento. Siamo, in ultim’analisi, di fronte all’inveramento del monito di Pasolini, allorquando egli denunciò il processo di speculazione edilizia, che prendeva di mira le periferie romane  e non solo, che già qualche decennio dopo il secondo conflitto mondiale rivelava una certa pericolosa vitalità. Sappiamo poi, quale esito tragico ebbero quelle invettive pasoliniane e in quale silenzio assordante siano andate a finire.
Il film di Sollima, dunque, lo si deve interpretare come un documento, neanche non tanto romanzato, che testimonia il  tunnel di cornico malessere in cui la capitale d’Italia ha dimostrato di entrare, senza peraltro dare dei veri segnali di ripresa. Un’opera che sembra porre un sigillo su una “sindrome romana”, ormai venuta definitivamente a galla e che stride fortemente con l’immagine di città spensierata e ridente dei ruggenti anni ’80, dove al limite la denuncia si limitava al ritratto di una certa macchiettistica “indolenza” che si poteva scorgere in alcuni fugaci sequenze dei film di Carlo Verdone. Proprio questa crudezza di fatti, o meglio di misfatti, dove la politica si  è mischiata al banditismo ibrido massonico-mafioso( come è stata appunto la Banda della Magliana), dove la sovrapposizione di lecito e illecito è stata legittimata dalla “ratio” superiore del compromesso fra le parti coinvolte, ha fatto piombare nello sconforto  non solo la popolazione comune, ma anche i mitici testimonial della Città eterna, ovvero quei romani eccellenti come Gigi Proietti, lo stesso Carlo Verdone, Antonello Venditti che hanno sempre ostentato con orgoglio  la loro appartenenza anagrafica. Insomma, un giorno ci si sveglia e ci accorge che Roma si è imbruttita, fra lo stupore di tutti noi, magari ostinatamente legati ad un’immagine che non c’è più da tempo ma che interpella inesorabilmente tutta la società italiana nelle sue responsabilità soprattutto morali. Fra le tante scene del film di Sollima che si potrebbero scegliere per esprimere questo concetto, forse una su tutte s’impone: quella che ritrae papa Ratzinger nell’atto delle dimissioni. Un’immagine esemplare della resa in termini morali, tanto eclatante quanto sconfortante, il segno di un’eclisse epocale, la dismissione completa di tutto.

 

Le immagini son ricavate dalle fonti seguenti:

https://www.youtube.com/

https://cinema.fanpage.it/

https://www.comingsoon.it/

http://www.lavocedeltrentino.it/

http://www.ilpost.it/

http://realityshow.blogosfere.it/

 

 

 

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L’Italia del debito pubblico

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